Our made up wedding

IMG_4202When Nigel and I decided to get married, in my mind I knew exactly what I wanted: a beautiful summer day, lovely little church in my dad’s village, service with meaningful words in both english and italian, family and friends from all over the worlds gathered around us, music, good food…simple and effective!

Of course in those pre-internet days organising intercontinental weddings had its challenges and my dream wedding was perhaps less simple then I expected.

I decided to overcome the first obstacle by choosing to have the reception at my parents farm and letting my mother organise the perfect wedding lunch, involving all the cooks in the village, all somehow related to our family! It was going to be a small affair so I knew it shouldn’t have been too stressful and I trusted her with food!

My task was to find a way to organise the ceremony and this, as it happens, was not very straightforward.

Getting married in a garden, a boat, a beach was a concept totally foreign to me, until I arrived in Melbourne, where all this was possible! The option of having a celebrant to marry you wherever you like was wonderful and, before I knew it, I started fantasising!I I had in mind the lovely little church in the country but somewhere dear to me was going to be just as magic. Vallecrosia’s Comune was not that place and I new it.

IMG_4203But Nigel is jewish and the idea of the little church soon became obsolete.

In the absence of emails I had to resort to the good, old phone. I called the priest from my parents’ parish. I explained in very few words (in those days talking to Italy cost 1 dollar per minute, I had to be brief!) our situation and Don Agostino was almost as excited as I was, he loved the idea of performing an interfaith marriage! He told me that, to be married in a church Nigel would need to sign a form declaring he would bring up his children as catholic. No signature, no church! Don Agostino reassured me that it was just a formality and our children could have been brought up however we wanted. I am sure the bishop wouldn’t have approved but his relaxed approach worked for me and I knew instantly that he was the right person for the job!

Nigel, on the other hand, was outraged by the priest’s lack of integrity and he adamantly refused to sign any such declaration. A different cultural approach: Italian completely relaxed, and even a little thrilled, about breaking the rules, Australian shocked by such suggestion!

On my second call I told the priest that Nigel would not sign and he congratulated me for having chosen such a righteous man.

Nothing could dishearten us and we went on to the second option: somewhere just as magic!

We decided that we could have the ceremony in my parents farm, where we were going to have the wedding reception. Don Agostino loved the idea, at this stage he was really getting into the groove, and he told me that, as a formality (another one!)he had to speak to the bishop but he was sure it wouldn’t have been a problem.

IMG_4181This time it was the bishop to be outraged by such proposal! Don Agostino and I were not discouraged and he came up with an idea: he would perform the wedding wherever we wanted, we could write our own service and we could go to the local town hall to sign the papers.

And this is what we did. My mum organised the food, my auntie the flowers, my cousin the music and my uncle the photographs. A true family affair! Don Agostino ran the service and he promised he would not mention Jesus! He was true to his word, even though the jewish part of the family did not speak italian. We wrote our own vows and our friends and family read meaningful poems and psalms, in italian and english. At the end of the ceremony we stepped on a glass, like in all good jewish wedding. And we were married!

In fact we weren’t. We ate delicious food, spent time with people we love, cried and laughed, danced all night. A truly perfect wedding day but at the end of it we weren’t really married. For that we had to wait a few more days when, with a couple of witnesses, we went up to the soulless Comune di Vallecrosia where we signed our papers.

It might not have been that simple, but it certainly was effective! It was a special day and, most of all, it was completely our. IMG_4204

 

 

 

 

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Non voglio favori, grazie!

IMG_2168L’ultima volta che sono andata al consolato italiano a Melbourne ho descritto la mia esperienza in inglese. Questa volta sento il bisogno di sfogarmi nella lingua madre perché so’ che solo in italiano potrò esprimere la mia frustrazione e solo gli italiani potranno comprenderla.

Questo e’ un post di sfogo, anche se vorrei poter fare una denuncia ufficiale ad un sistema che tratta i cittadini senza nessun rispetto. Poi, come tutti gli italiani, mi rassegno e dico (e me ne vergogno): questo e’ il sistema e non si può fare nulla per cambiarlo.

E’ davvero impossibile cambiare le cose? L’Italia sta andando a rotoli ed e’ risaputo. Ma perché i cittadini accettano senza dire nulla? Poi ricevo una telefonata da un impiegato del consolato e mi rendo conto di essere completamente impotente di fronte ad un sistema che non riesco a comprendere. Provo timidamente a ribellarmi, ma non ottengo assolutamente niente. Finisco la telefonata amareggiata e furiosa e con la sensazione di aver parlato al classico muro. Le mie parole sono scivolate e cadute senza venire in nessun modo assimilate.

Impiegato: “Buongiorno! Telefono dal consolato per confermare il suo appuntamento di domani”

Barbara: “Grazie. L’appuntamento e’ per mia figlia, per un passaporto.”

Ottimo inizio direi. L’impiegato e’ gentile e anche spiritoso. Scambiamo qualche battuta e per finire mi dice: “Bene, ci vediamo domani alle 9.”

L’appuntamento, preso circa un anno fa (tale e’ la lista di attesa per fare un passaporto), era per le 11.30 e lo dico al gentile signore.

Impiegato: “Si, ma voglio farle un favore e glielo sposto alle 9 così fa più in fretta.”

Vuole farmi un favore non richiesto e lo ringrazio ma, visto che l’appuntamento era alle 11.30 e per noi andava bene così, ci siamo organizzate la giornata. Dico al signore che non importa, alle 11.30 per noi va benissimo.

Impiegato: “Ma sa, se viene alle 11.30 non uscirà prima delle 2.30, mentre venendo presto…”

Barbara: “Guardi, mia figlia si e’ già organizzata ed ha una colazione con un’amica…”

Perché sento il bisogno di dargli spiegazioni? Non voglio un favore, sono contenta con il mio orario, ho tempo da perdere…ma le mie difese stanno crollando e sento di dovermi giustificare.

Impiegato: “Allora un cappuccino e’ più importante di un passaporto?!”

Di fronte ad una simile dichiarazione sento un’esplosione di rabbia. Come si permette? Mantengo la calma e dico che non voglio cambiare l’appuntamento, che ho messo in conto di perdere la giornata al consolato e non mi importa se devo rimanere li tutto il giorno.

Impiegato: “Perché vuole fare la difficile! Venga alle 9.30!”

A questo punto mi sento sconfitta. Perdo la forza di spiegarmi, non voglio fare la difficile, pensavo di semplificare le cose dicendo che non mi importa aspettare…ma sono consapevole che spiegare non serve a niente.

Se voglio cambiare l’appuntamento il prossimo posto disponibile e’ il 15 dicembre 2016. Accetto “il favore” e sta mattina alle 9.30 varchiamo la soglia del consolato.

Davanti allo sportello ci sono circa dieci persone. Dall’ultima visita ricordo che chi ha l’appuntamento non deve mettersi in coda ma annunciarsi direttamente. Vedo un avviso sul muro che conferma la procedura. Avviso in italiano e inglese che non lascia ombra di dubbio. Vado allo sportello e dico che il mio appuntamento e’ alle 9.30. L’impiegato mi ride in faccia e mi dice di tornare in coda, che tutti hanno l’appuntamento, e chi sono io per passare davanti!

Un signore con il figlio che non si erano messi in coda perché avevano letto l’avviso ascoltano lo scambio e vengono a mettersi dietro di noi. Anche lui era venuto sei mesi fa per fare il suo passaporto e non aveva dovuto fare la coda. Entrambi leggiamo il foglio sul muro che evidentemente non ha nessuna importanza. Ridiamo!

Arriva il nostro turno. Abbasso lo sguardo sulla lista degli appuntamenti e vedo che il nostro e’ alle 11.30.

Barbara: “Scusi, a che ora e’ l’appuntamento?”

Impiegato: “E’ alle 11.30, e’ in anticipo, visto che sono solo le 9.30, dovrà aspettare un po’…”

Ovviamente non gli do il tempo di continuare. Respiro profondamente perché mi sono ripromessa di stare calma, anche se sento che le mie risorse si stanno esaurendo.

Barbara: “Ho ricevuto una telefonata ieri dicendo che dovevo venire prima. Ho cercato di lasciare l’appuntamento alle 11.30 ma non mi e’ stato possibile.”

Ovviamente non ho preso il nome dell’impiegato, ma saprei riconoscerlo perché e’ lo stesso che ha fatto il mio passaporto qualche mese fa.

Impiegato: “Un attimo, vado a chiedere!”

Torna dicendo che “ha trovato il colpevole” e Julia potrà entrare in pochi minuti.

Mi chiedo cosa sarebbe successo se non avessi detto nulla. Ovviamente il tipo di ieri ha cambiato l’appuntamento senza dirlo a nessuno e nei documenti ufficiali e’ rimasto alla stessa ora.

Una coppia aspetta di essere chiamata. Cominciamo a parlare e anche a loro e’ successa la stessa cosa, il loro appuntamento e’ stato cambiato all’ultimo momento. Ma, al contrario di me, non hanno controllato che fosse stato cambiato sul foglio ufficiale e ora aspettano. Quando racconto la mia esperienza la signora va allo sportello a cercare di accelerare le cose. Ma forse per loro e’ troppo tardi, hanno perso il posto nel sistema non sistema e tocca aspettare.

Ora mi chiedo, perché invece di metterlo sotto forma di “favore” l’impiegato non mi ha semplicemente detto: “Scusi, le sarebbe possibile cambiare il suo appuntamento alle 9” offrendo un qualsiasi motivo personale o professionale. Non sarei stata difficile e avrei di buon grado accettato il nuovo orario, cambiando i miei piani. Ma e’ questo modo di porsi, di farti sentire “in dovere” verso un burocratico che ti offre qualcosa su un piatto d’oro, che tu non hai chiesto, che mi lascia amareggiata e delusa.