Australia Day? No grazie

Ho fatto una pausa e ritorno in questa strana giornata, di festa e di lutto: Australia Day/Invasion Day.

Australia

Australia Day – il sogno australiano

Siamo dall’altra parte del mondo e probabilmente non molti sanno che il 26 gennaio e’ la festa nazionale australiana. E perché siamo dall’altra parte del mondo, benché sia gennaio, e’ estate. Si celebra nei parchi e sulle spiagge, la cultura australiana in tutto il suo splendore e amore per la vita all’aria aperta: birra, salsicce sul barbecue, football, picnic.

Perché il 26 gennaio? Il 26 gennaio 1788 la prima flotta britannica sbarca a Port Jackson (Sydney). Mentre per gli invasori europei questa data rappresenta un’altra conquista coloniale, per la popolazione aborigena locale e’ l’inizio di un susseguirsi di conseguenze disastrose.

Il governo Britannico dichiara la nuova colonia terra nullius (terra di nessuno) e il massacro comincia.

Non c'e' orgoglio nel genocidio

Non c’e’ orgoglio nel genocidio

Nel 1838 il giornale Sydney Monitor scrive: e’ stato deciso di sterminare tutta la razza nera in quel quartiere”, cioè la popolazione Darug che viveva sulle rive del fiume Hawkesbury, non lontano da Sydney. La popolazione locale, senza armi da fuoco, combatte eroicamente.

Tra il 1788 e il 1920 la popolazione aborigena scende da 750.000 a 60.000, causa violenza e malattie.

Tra il 1890 e il 1960 migliaia di bambini vengono rimossi dalle loro famiglie e messi in “missioni” o dati in affido a famiglie bianche. Lo scopo di queste rimozioni forzate era quello di distruggere la cultura aborigena e promuovere quella europea.

In uno dei paesi più sviluppati e privilegiati del mondo, ancora oggi meta’ degli uomini  aborigeni e più un terzo delle donne muoiono prima dei 45 anni. La durata media della vita  tra la popolazione aborigena e’ dieci anni inferiore a quella non aborigena.

Mi dicono che in un non lontano passato Australia Day passava quasi inosservato. In effetti il 26 gennaio veniva celebrato solo in New South Wales, per marcare l’anniversario del primo sbarco. Solo nel 1931 diviene festa nazionale e prende il nome di Australia Day, e dal 1994, con l’istituzione del premio “Australian of the year” comincia ad acquistare maggior importanza.

Manifestazione Invasion Day

Manifestazione Invasion Day

L’Australia ha tante cose da celebrare ed e’ bello vedere gente felice per le strade, non dover andare a lavorare in un bellissimo martedì di sole, godersi una giornata distesi sull’erba. Ma il calendario e’ pieno di date, pieno di giorni che vorrebbero essere di festa. Questa data, purtroppo, porta con se tanto dolore.

Guardo la gente radunata nei parchi a bere e le bandiere che sventolano sulle case e sento la rabbia salirmi addosso. Non posso godermi questa giornata di festa. Non posso accettare queste celebrazioni, non posso tollerare questa mancanza di consapevolezza e di sensibilità.

Oggi in tutta l’Australia si sono svolte delle manifestazioni per ricordare lo sbarco della prima flotta e la susseguente distruzione della popolazione aborigena. A Melbourne c’erano tanti ragazzi ma anche tante mamme, tanti giovani hippy ma anche tanti signori “di una certa eta'”, tanti aborigeni ma anche tanti bianchi, tanti australiani ma anche tante altre nazionalità. E per la prima volta questa giornata ha avuto un significato.

Penso sia importante ricordare anche questo aspetto dell’Australia. A chi interessa saperne di più, suggerisco alcuni articoli.

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Noi e loro

IMG_4454Sono arrivata a Melbourne con un visto Class 100 Resident, il 14 luglio 1992. Il secolo scorso, sono una vecchia immigrata, e’ ufficiale!

Per ottenere il visto come de facto, Nigel ed io abbiamo dovuto dimostrare di aver convissuto per 6 mesi, con testimonianze di amici e parenti, qualche foto, un conto in banca in comune e, per finire, un colloquio con l’immigrazione. Dopo avere esaminato il tutto, ci hanno comunicato che ci credevano, ero una “immigrata per amore” legittima. Nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata residente australiana.

Ho cominciato ad insegnare italiano agli adulti. Mai insegnato in vita mia ma per il solo fatto che fossi italiana “appena arrivata” meritavo il titolo di insegnate. I mie studenti mi adoravano, non so’ bene se per le mie doti di insegnate o per il mio “cute accent” e ben presto mi ritrovai ad avere classi nelle maggiori scuole di lingua della città, più un bel numero di studenti privati. Oltre al “cute accent“, di cui avrei volentieri fatto a meno, devo ammettere che portavo alle mie classi un grande entusiasmo e passione che ben rappresentavano quegli aspetti tanto amati del carattere italiano.

Ogni venerdì mi ritrovavo con le mie amiche italiane, anche loro insegnanti. Pranzavamo da Brunetti, il bar italiano per eccellenza, o al vicino “club dei pensionati”, dove un gruppo di simpatici signori si riunivano per mangiare polenta e baccalà e giocare a carte. Ci avevano accolto a braccia aperte, dividendo con noi perle di saggezza e storie dei “vecchi tempi”. Eravamo in tre e in meno di un anno il nostro rapporto era diventato più simile a quello tra sorelle che amiche. Eravamo le nuove leve dell’immigrazione italiana, avevamo studiato e non avevamo vissuto la guerra. Eravamo a Melbourne per scelta e non per bisogno. Il nostro accento era un vantaggio, non un ostacolo.

C’era una netta distinzione tra “noi” e “loro”. Trovare “uno di noi” era cosa rara e preziosa e voleva dire ampliare il nostro piccolo gruppo, organizzare un picnic per celebrare l’incontro, ridere come bambini parlando di Carosello.

Ieri sera sono andata all’Opening Night Gala del film festival italiano. “Da quanto vivi in Australia?” ho chiesto a un ragazzo con cui stavo chiacchierando, “4 anni”, risponde lui, “Appena arrivato!”, dico io. Il suo sguardo stupito conferma quello che cominciavo a sospettare, sono qui da troppo tempo se 4 anni mi sembrano pochi. Non sono più nel gruppo, sono diventata una di “loro”.

Le strade di Melbourne sono piene di ragazzi che parlano italiano, istintivamente vorrei attaccare discorso, come ai vecchi tempi, ma ho imparato che non funziona così. Le nuove leve dell’immigrazione italiana sono venute con visti da studenti, dividono appartamenti nella city e sono in costante comunicazione con l’Italia. Hanno blogs, podcasts e pagine Facebook, sono sicuri ed intraprendenti.  Non hanno bisogno di sentirsi “sorelle” perché per loro il distacco e’ molto meno definitivo. In un certo senso si sono portati dietro l’Italia.

Il post di Claudia mi ha stupita ed amareggiata, la mancanza di solidarietà che ha descritto mi era del tutto nuova e mi ha fatto sentire come mia nonna, pensando: ai miei tempi l’arrivo del visto di un’amica rappresentava motivo di festeggiamento!

Mi piace pensare che ci sia ancora spazio per solidarietà tra italiani vecchi e nuovi e che, come noi con il “club dei pensionati”, si possano trovare opportunità di confronto e sostegno.

 

 

 

 

Di scuole femminili e tempi che non cambiano

Quando ero bambina nella mia ridente cittadina ligure c’erano due possibilità educative: una, era la scuola statale e l’altra, la scuola “dalle suore”. Nel mio caso fu scelta la seconda opzione e cominciai l’asilo all’Istituto Sant’Anna, dove rimasi fino alla fine delle medie. Ma oltre alla mia scuola cattolica mista c’era, dall’altra parte della strada, la scuola cattolica femminile. Pur vivendo in un paese piccolo non ricordo di aver mai conosciuto nessuna bambina che andava alla scuola “di solo femmine”. Tra noi studenti di Sant’Anna si parlava con un misto di commiserazione e disdegno di quelle bambine obbligate a vivere in un mondo innaturale, come una scuola senza maschi.

Queste chiacchiere e pettegolezzi avvenivano nei primi anni ’70, in un paesino di provincia, per cui potete immaginare la mia sorpresa quando, nel 1996, mi ritrovai a sentire donne della mia eta’ proclamare i benefici di una scuola tutta femminile, in una grande città cosmopolita.

Julia aveva pochi mesi e come ogni settimana mi ritrovavo con un gruppo di mamme, e qualche sporadico papa’, per condividere i progressi dei nostri piccoli e trovare consolazione e sostegno dopo un’altra notte insonne. Fu durante una di queste chiacchierate mattutine che l’argomento “scuola single-sex” venne tirato in ballo per la prima volta. Io sedevo nel mio angolo e mi tornavano alla mente immagini di bambine tristi e pallide (si, nella mia immaginazione le bambine “dall’altra parte” erano sempre tristi e pallide. Come se oltre ad essere private della compagnia maschile, venisse loro negato anche il piacere del sole ligure!) e non riuscivo a capacitarmi di come, in questa città così all’avanguardia, qualcuno potesse considerare una tale possibilità.

Donne con le quali avevo diviso quei primi mesi della mia avventura di mamma, mi mostravano un aspetto della vita nel mio paese d’adozione che, fino a quel momento, avevo completamente ignorato. Per la prima volta mi sentivo davvero “straniera” perché i loro ragionamenti pro scuola “single sex” erano concetti che mi risultavano completamente   sconosciuti e che rimbalzavano nel mio cervello senza trovare un appiglio. Non presi parte a quella prima discussione ma da allora ho avuto innumerevoli conversazioni e combattuto a spada tratta a favore delle scuole miste!

Ciclicamente appaino articoli sul giornale che ci rifilano i risultati di una nuova ricerca sui pro e contro in entrambi i campi e, ciclicamente, mi rendo conto che queste ricerche non propongono nulla di nuovo. Per me rimane sempre e solo il fatto che viviamo in un mondo “misto” e voglio offrire l’opportunità alle mie figlie di imparare a cavarsela, in questo mondo, il prima possibile!

Se devono combattere in un mondo “al maschile” e’ importante che conoscano il loro avversario, e prima cominciano, meglio e’. Impossibile negare che il mondo in cui viviamo e’ ancora dominato dall’uomo e immagino che nelle classi i ragazzi facciano in modo di avere il sopravvento. Ed e’ qui che, spero, le mie figlie abbiano l’occasione di imparare ad affrontare e sormontare questi soprusi. Che senso ha farle crescere in un mondo irrealistico per poi gettarle in pasto ai lupi a 18 anni? 

Julia ha finito la scuola l’anno scorso e ho avuto modo di paragonare la sua esperienza accademica e sociale con quella di due amiche d’infanzia, entrambi frequentatrici di una scuola femminile. Questi sono i risultati della mia ricerca!

Dal punto di vista accademico Julia, che e’ sempre stata molto timida e introversa, ha avuto risultati migliori di quelli delle sue amiche. Le ragazze sono cresciute insieme, sono tutte molto coscienziose e studiose, con genitori attenti e presenti e opportunità molto simili. Il fatto di andare ad una scuola invece di un’altra non ha avuto nessuna conseguenza sui risultati.

Dal punto di vista sociale, i sostenitori del movimento “single sex” affermano che arrivati all’adolescenza essere in presenza dell’altro sesso distrae dallo studio.

Mi piace pensare che le mie figlie possano scegliere come mettersi in relazione con l’altro sesso e, nonostante abbiano approcci molto diversi, nessuna delle due ha mai manifestato segni di “distrazione”.  E siamo in piena adolescenza e subbuglio ormonale! Sofia non ha mai fatto differenza tra amicizie maschili o femminili, mentre Julia, fino ad un paio di anni fa, ha sempre optato per amicizie femminili. Dopo anni di contatto giornaliero,  oggi e’ perfettamente a suo agio anche con i ragazzi. Nel suo caso frequentare una scuola mista le ha fornito le risorse per superare la sua timidezza con l’altro sesso e questo l’aiuterà sicuramente all’università e nel mondo del lavoro.

Anche dal punto sociale, quindi, la scelta di una scuola mista non ha portato alle mie figlie nessuno svantaggio.

Che dire, risultati positivi in entrambi i campi. Nel grande dibattito “single-sex vs co-ed le scuole miste a casa nostra vincono a pieni voti!

Leggendo su internet ho scoperto che l’Australia e’ uno dei pochi paesi dove questo sistema riscontra ancora parecchio successo. Nonostante molte scuole maschili siano state convertite in scuole miste, le scuole femminili sono ancora molto numerose e ben frequentate.

Come avveniva con le bambine della scuola di fronte, le ragazze delle scuole femminili in genere non socializzano con quelle delle scuole miste e, a volte, mi  pare di cogliere un leggero tono di commiserazione e disdegno nei discorsi delle mie figlie e dei loro amici. Ed ecco dove Melbourne 2015 e Vallecrosia ca. 1970 hanno qualcosa in comune!

A beautiful Sunday in Melbourne/ Una meravigliosa domenica a Melbourne

Today the sun was shining and the air was crisp, perfect day to go and explore Melbourne, I thought! My idea was welcomed by the entire family and within a few minutes we were in the heart of the city. I sometimes forget what a vibrant and beautiful city Melbourne is. “You look like a tourist”, Julia said. I am a european snob and I realise that I don’t appreciate Melbourne as I should. So why not look at it through the eyes of a tourist? We had yum cha in China Town and then walked up Swanston St. I looked up at the buildings, old churches and modern skyscrapers, creating a charming contrast against the blue sky. Flower beds around the town hall added colour and life to the grey of the street. Today is Refugee Day and the city was celebrating. Wonderful to see and be part of it! We headed to Federation Square, so quintessentially australian and buzzing with life. We looked at some pictures of Australian painters in the Ian Potter Gallery and I stopped in front of an image of a pioneer woman. Her face is sad and thoughtful. How hard it must have been for her, in this far away and inhospitable land. I thought of her and of the refugees. I thought of me and how easy it was to get here, how lucky I am.

Oggi era una splendida giornata d’inverno. Il sole splendente e l’aria frizzante, ideale per esplorare Melbourne! La mia idea e’ stata ben accolta da tutta la famiglia e in pochi minuti eravamo nel cuore della città. Tendo a dimenticare che città vivace e meravigliosa e’ Melbourne. “Sembri una turista!” Mi ha detto Julia. Sono una snob europea e mi rendo conto che spesso non apprezzo Melbourne come dovrei. Così decido di guardarmi intorno con gli occhi di una turista. Abbiamo mangiato ad un ristorante in China Town e poi abbiamo risalito Swanston St. Guardavo gli edifici, vecchie chiese e grattacieli moderni, creano un piacevole contrasto contro il blu del cielo. Aiuole fiorite vicino al municipio aggiungono colore al grigio della strada. Oggi e la Giornata del Rifugiato e la città era in festa. Meraviglioso essere parte di questi festeggiamenti. Abbiamo continuato fino a Federation Square, così essenzialmente australiana e piena di vita. Abbiamo guardato qualche quadro nella Galleria Ian Potter e mi sono fermata davanti all’immagine di una donna pioniera, il volto triste e pensieroso. Quanto doveva essere difficile per lei in questa terra lontana e inospitale. Ho pensato a lei e ai rifugiati. Ho pensato a me e a com’e’ stato facile arrivare qui. Ho pensato a quanto sono fortunata. 

Burocrazia australiana

Town Hall - Comune

Town Hall – Comune

Per parcheggiare davanti a casa ho bisogno di un permesso ma da quando ho cambiato macchina, cioe’ circa tre anni, non l’ho ancora rifatto. Oggi, dopo due multe, mi sono finalmente decisa.

Ma perche’ aspettare tre anni e due multe? Pigrizia. Non ho altra scusa.

Sono cresciuta in Italia dove le parole “burocrazia”, “comune”, “permesso” portano alla mente ore di coda in uffici surriscaldati, impiegati svogliati e strafottenti e interminabili moduli da riempire. Nonostante siano anni che non frequento uffici comunali italiani, mi capita spesso di ascoltare le lamentele di amici e parenti e mi pare di capire che le cose non siano cambiate molto.

La burocrazia australiana e’ un sogno e andare a fare un permesso di parcheggio non fa che rallegrare la tua giornata!

A mezzogiorno arrivo in comune, entro e mi trovo davanti una bella signora con i capelli rosso fuoco e una ricrescita di due dita. Mi accoglie con un sorriso smagliante e un “Hello darling!”. Ha le braccia ricoperte di tatuaggi all’henné sbiaditi e un modo di fare affabile e disinvolto. Senza accorgermene mi ritrovo a raccontargli delle mie multe e della mia pigrizia. Lei mi rassicura dicendo di non preoccuparmi, si occupera’ di tutto!

Mi chiede la prova di residenza e le passo con orgoglio la bolletta della luce. Mi sento organizzatissima! Ma quando mi chiede la prova che la macchina mi appartiene il documento che le ho portato non e’ quello giusto. La guardo delusa ma mi rendo conto dal suo sorriso che risolvera’ questo problema in quattro e quattr’otto. Sono in ottime mani, mi dico!

Il mio bel Parking Permit nuovo di zecca!

Il mio bel Parking Permit nuovo di zecca!

Mi suggerisce di andare dalla polizia, proprio dietro l’angolo, e di compilare un modulo per dichiarare che la macchina e’ mia. Due minuti dopo sono in commissariato dove un giovane poliziotto mi consegna il modulo e mi rassicura che sono abituati, non avere i documenti giusti e’ apparentemente una cosa molto comune. Non posso fare a meno di notare che ha un orologio di Topolino. Ovviamente non e’ sua intenzione essere troppo intimidatorio!

Torno all’ufficio dove dopo pochi minuti ho il mio permesso. Pago 32 dollari, “Take care, dal!” mi dice la signora. Il tutto si e’ svolto in meno di mezz’ora. Esco con un sorriso sulle labbra e la sensazione di vivere nel paese dei balocchi!

Quando in Australia si andava in nave – Storie di donne migranti

Un paio d’anni fa’ ho trovato un annuncio sul giornale locale: cercasi persona interessata a leggere in italiano ai residenti di una casa di riposo. 

Dopo aver letto per anni libri italiani alle mie bambine, temevo davvero che la mia carriera di lettrice “a voce alta” fosse finita. Invece no! Ogni lunedì ci ritroviamo nel nostro salottino/biblioteca, comodamente sedute, con scialletti e copertine e ci abbandoniamo a storie di guerra e tradimento, amori e passioni, drammi e tragedie!

Queste meravigliose signore, oltre ad essere splendide ed attente ascoltatrici, hanno valigie si storie da raccontare e, puntualmente, riesco a strappare qualche ricordo. Ed e’ da qui che sorge l’idea di raccogliere questi ricordi e trascriverli. Ne parlo con la mia amica Claudia, fondatrice di Expatclic, e mi propone di scrivere un articolo per il sito.

Le mie signore sono subito entusiaste di partecipare al mio progetto ed ecco qui il risultato: QUANDO IN AUSTRALIA SI ANDAVA IN NAVE – STORIE DI DONNE MIGRANTI

Buona lettura!

 

Discovering Melbourne, one basketball court at the time

I am not a keen driver and I don’t like sport. In particular I don’t like driving at night and sitting in cold (or very hot) venues watching people chasing a ball. How did I find myself spending all my friday nights driving around unknown outer suburbs, searching for basketball courts?

It is well known that Australians love their sports so it did not come as a surprise when my little Australian girl at the age of 8 decided to join her first basketball team. At first it all seemed pretty simple. Nigel loves his sport and he was going to look after this activity, enjoying every minute of it. For me going to the games was optional. I did sporadically attend and I loved watching my little one chasing a ball and occasionally catching it. I had no particular interest in the rules of the game although I was well aware that the aim of the game was to throw the ball in the basket. The extent of my technical knowledge ended there and I liked it that way.

Basketball champions! Their smiles makes it all worth it!

Basketball champions!

When Sofia started as well my attendance grew, but not my knowledge or my enthusiasm for the game itself. If my daughters were on the court I would try to watch but when they were on the bench I didn’t hesitate to find a welcome distraction in chatting and dreaming.

All this happened on Saturday, mainly in local courts and even though, sometimes, we had to drive further away, Nigel was always at the wheel and I did not have to pay any attention to the road. I just sat back and listen to the music.

All this changed when both girls decided to play representative basketball. I had heard of this friday night competition, where venues could be as far as Geelong (another city…on the other side of the bay…over one hour away…) but I never dwelled on it. After all my girls had some italian blood and I was confident their passion for sport wouldn’t extend to friday nights nightmarish crossing of town competitions.

As it often sometimes happens, I was wrong. They did want to play, they loved basketball, they wanted more and more. It was very simple, I had to be a good mother and step out of my comfort zone, I had to drive to unknown places at night. My basketball honey moon period was over, it was time to get serious.

Although I consider myself a pretty adaptable human being, it did take me a few seasons to adapt to my new condition but then, all of a sudden, last year, I found myself looking forward to the beginning of the season. At first I dismissed the feeling. What was I thinking? Long dark roads, wrong turns, panicked phone calls, cold stadiums…did I forget all that? But the closer we got the more excited I became.

Sof had grown into an excellent navigator, and the gps in my phone helped a lot. We still occasionally got lost, but we always allowed plenty of time for unwanted detours and, generally, we arrived to the games on time. In fact I almost enjoyed the challenge of getting somewhere far and obscure. I had learned to dress appropriately to face the arctic temperatures of some courts and to appreciate the coolness of the rare air conditioned ones, in the hot summer nights.

Once again, once I stopped fighting, I had adjusted!

What I did was look at the wider picture. Let’s face it, basketball was never going to do it! I had to dig a little deeper to be able to find pleasure in the experience.

Because Melbourne is so vast, every suburb has a distinctive character. I have enjoyed getting to a basketball court and finding myself in a different world.

On the road again. Week-end bb tournament, finally a bit of day driving!

On the road again. Week-end bb tournament, finally a bit of day driving!

Driving east, through tree lined boulevards and big victorian mansions I walk through the door and find myself surrounded by blond, tall people, wearing classy casual clothes and drinking bottled water.  A true middle class, white, Anglo-Saxon environment and it is here that I really feel like a foreigner.

Crossing the West Gate bridge we drive through big empty roads, bordered by dark factories and smoke spitting chimneys. The west is the industrial part of Melbourne and even if, somewhere out there, I know there are lovely sandy beaches, I don’t see them and I am left with the awkward feeling of being a long way from home. The stadiums are somehow more cheerful, people are louder and more boisterous. I spot ugg boots and tracksuit pants and I smell hot dogs and chips. I feel hungry and on some occasions, I surrender to temptation!

When we head north I feel more at home as I have spent most of my Melbourne life around here. The roads are familiar and I generally know where I am going, which is certainly a bonus. I like the multicultural feel in the stadiums, the accents and the diversity that makes this world less alien to me.

I analyse and observe people, I embrace different worlds, I experience stadium’s cuisine and I develop my driving skills. No wonder I haven’t had time to grasp the rules of the game and learn to score. There is more to my friday nights then basketball!

 

 

Cultural drinking

My first encounter with a group of rowdy Australians was on the ferry from Ancona to Patras in 1987. In those days my knowledge of Australian culture was inexistent and the three days spent on the deck of the ferry opened my eyes to a world of a group culture I admired and feared. Unruly games, unintelligible jokes, exuberant songs all topped with lots and lots of beer and other alcoholic concoctions. My friend and I watched from the outside but we found ourselves being drawn to this wild, new world and before we new it, we were in it. A gentle soul took us under his wing and became our educator, explaining to us, in very simple english, how Australians loved groups and drinking.

Since I started this blog I have being wanting to write about the drinking culture in Australia. The different approach to drinking definitely classifies as one of the more obvious cultural differences between Italy and Australia but I have been concerned about sounding too critical or condescending in expressing my views.

My family (and possibly my friends too) roll their eyes whenever the subject comes up and I have to admit that I have a tendency to rant about it for a little too long. So this is why I approach this subject with a bit of apprehension and I hope I will do it justice.

That ferry trip came to my mind this morning and it forced me to see the matter with different eyes. The eyes of a 22 years old, discovering a brand new world, where drinking beer meant, beside vomiting off the deck for hours and snogging strangers, a shared experience and an undeniable, if a bit superficial, sense of belonging.

Australians love to identify themselves with their passion for drinking. When I say that I don’t drink people look confused and sometimes disappointed. I used to feel the need to justify myself but lately I just let them draw their own conclusions. I might be a recovering alcoholic or an extremist teetotaller (please grant me the use of this word, ever since I’ve heard it I have been wanting to put it in a written sentence, I wouldn’t dare to pronounce  it though 😉 ), whatever they think I hope it will envelop me in an air of mystery!

The first time Nigel came to Italy we went out to a bar with a group of friends and ordered a beer. Yes…that was it…one beer. Nigel sat patiently waiting for the next round but it never came. We don’t do “rounds” in Italy.

My mum finds this love a beer quite endearing and she never fails to buy a couple of bottles whenever Nigel’s visit. I guess is her way of making him feel at home!

Last year Julia turned 18 and the first thing she did was going to the bottle shop to buy a bottle of champagne. She wanted to have the thrill of buying alcohol legally! She was a bit disappointed because she wasn’t asked for her id.

Growing up in a country where there was never any prohibition I struggle to understand her excitement. We did get drunk at parties but we didn’t have to sneak alcohol hidden in paper bags. 

Drinking is part of every celebration at the end of high school, being the celebration in the morning, afternoon or evening and after exams there is a whole week of “schoolies” when kids go away to a party and, of course, drink.

The first week of university, orientation week, is spent going to barbecues and drinking, on campus, while subscribing to different clubs where you will be able to get, amongst other things, cheap drinks.

I remember women talking dreamily about the glass of wine they will drink when they got home after our morning playgroup meetings and parents laughing amiably at their children’s 18th birthday speeches, while they talked about the great achievement of finally being able to get thrashed in pubs.

It is not uncommon to see people walking with big slabs of beer on their way to a barbecue or a picnic in the park.

From the age of 16 kids find ways to have fake IDs so they can go to pubs and clubs. Most parents know it and give their blessing. I’d like to think that some of these kids want to go to pubs and clubs to listen to bands and dance, not drink. But they can’t do it legally. 

As a 22 years old, Australians and their drinking culture might have had a certain appeal but as an adult I fail to comprehend a society that put such strong rules on drinking for minors while accepting, and on occasions even glorifying, drinking in adults. 

I conclude by saying that this is not a post about “in Italy is better because we do things different”, in fact I am not sure that, having a very different approach to alcohol, the situation is actually better in Italy. In fact I hear the problem of youth drinking is growing. 

 

 

 

 

 

 

 

The evolution of language

I am following a very interesting conversation about bilingual children on the Facebook page of Expactclic (a wonderful resource for all expat women and, possibly, men too!) and, as it often happens, it made me realise how much my perspective has changed over the years.

The discussion was started by an italian mother living abroad and wondering (and worrying a bit also) about how her daughter’s italian language and culture will develop and grow.

I remember all too well how I used to be concerned about the exact same issues and went from feelings of helplessness, about not being able to do anything about it, to guilt, for not trying to do something about it.

I knew that, inevitably, my girls were going to be Australian and english was going to be their primary language and I tried to accept this. At the same time I saw parents (with better parenting skills then mine, obviously!)who spent time after school doing italian grammar and I couldn’t help feeling inadequate and a touch guilty.

Nevertheless I did nothing about it. My girls kept talking to me in italian but I never sat down with them trying to teach them the beauty of the subjunctive or the meaning of adverbs and other little grammatical treasures.

I thought of them growing up without knowing the existence of Dante and Manzoni but never mentioned to them the existence of the Divina Commedia and I Promessi Sposi.

I guess I just wanted them the same experiences I had growing up but obviously wasn’t prepared to bring Dante back into my life and sharing it with them!

Was it laziness or was it simply not important enough for me? I imagine it was a bit of both and ultimately they grew up very well and they are caring and intelligent human beings. They can talk to their family and friends in Italy and everyone is thrilled with how they have  mastered the language. They talk in Italian to me and I love that we have this “special” language that is just ours.

I guess I’ve just stopped worrying. I am not sure when this happened exactly, when I left behind helplessness and guilt and started to see my daughters for what they are, individuals with their own experiences and stories.

They didn’t grow up in Italy in the ’70’s and therefore they did not have to sit to analyse sentences and learn poems by heart. But I’ve managed to pass on what is important to me, a sense of belonging to a small town on the other side of the world and the ability to communicate in my mother tongue.

The other day we were in the car chatting and Sofia told me: “E’ ficcato dentro properly? Puoi check?” (Is it in properly, can you check?). I promptly “checked” without thinking twice to what she had just said but I was surprised to hear Julia laugh. All of a sudden the weirdness of the sentence dawned on Sof and I and we all started laughing.

Speaking two languages we always tend to choose what it’s easier, I am aware of doing the same with the girls and with my italian friends, and such mixed sentences are all too common. In this case I think that “ficcato” could be seen as a bit of a slang word, a word that only someone who has grown up speaking italian would use and together with properly conjugated verbs and english words it made for a very complex sentence 😉

Julia wrote it down and I had to share it with you, now it will become immortal!

Dante is possibly turning in his grave but this is a different era and a different country after all!

 

Pubblica ammenda

L’altro giorno, mentre scrivevo questo post e, in seguito, discutevo animatamente con il mio australian marito sull’esagerato intervento dello Stato riguardo l’uso obbligatorio dei caschi  in bicicletta, dall’altra parte del mondo, la mia mamma pedalava pian piano verso casa.

La mia mamma non e’ una ciclista e usa la bici come la userei io, se non dovessi mettere il casco. Piccoli giri nel quartiere, lenti e tranquilli, una pedalata dopo l’altra senza mai cambiar marcia, pensando a cosa cucinare per cena.

Inforca la rotonda che la condurrà direttamente nel cancello di casa ma, un’autista distratta e con il sole negli occhi non si ferma a darle la precedenza e la povera mamma finisce in ospedale con trauma cranico e due costole rotte. Avesse avuto il casco se la sarebbe cavata con un paio di costole rotte e, possibilmente, meno paura.

Ebbene si, ho sbagliato. Prima di tutto ho dovuto dire a Nigel che ha ragione…i caschi sono importanti ed e’ una scelta responsabile dello stato imporli ai suoi cittadini. Mi e’ costato parecchio ma l’ho fatto! E poi ho pensato di informarvi, anche se mi costa fatica, ma penso sia giusto fare una specie di pubblica ammenda.

Nanny State? Yes, please 😉