Australia Day? No grazie

Ho fatto una pausa e ritorno in questa strana giornata, di festa e di lutto: Australia Day/Invasion Day.

Australia

Australia Day – il sogno australiano

Siamo dall’altra parte del mondo e probabilmente non molti sanno che il 26 gennaio e’ la festa nazionale australiana. E perché siamo dall’altra parte del mondo, benché sia gennaio, e’ estate. Si celebra nei parchi e sulle spiagge, la cultura australiana in tutto il suo splendore e amore per la vita all’aria aperta: birra, salsicce sul barbecue, football, picnic.

Perché il 26 gennaio? Il 26 gennaio 1788 la prima flotta britannica sbarca a Port Jackson (Sydney). Mentre per gli invasori europei questa data rappresenta un’altra conquista coloniale, per la popolazione aborigena locale e’ l’inizio di un susseguirsi di conseguenze disastrose.

Il governo Britannico dichiara la nuova colonia terra nullius (terra di nessuno) e il massacro comincia.

Non c'e' orgoglio nel genocidio

Non c’e’ orgoglio nel genocidio

Nel 1838 il giornale Sydney Monitor scrive: e’ stato deciso di sterminare tutta la razza nera in quel quartiere”, cioè la popolazione Darug che viveva sulle rive del fiume Hawkesbury, non lontano da Sydney. La popolazione locale, senza armi da fuoco, combatte eroicamente.

Tra il 1788 e il 1920 la popolazione aborigena scende da 750.000 a 60.000, causa violenza e malattie.

Tra il 1890 e il 1960 migliaia di bambini vengono rimossi dalle loro famiglie e messi in “missioni” o dati in affido a famiglie bianche. Lo scopo di queste rimozioni forzate era quello di distruggere la cultura aborigena e promuovere quella europea.

In uno dei paesi più sviluppati e privilegiati del mondo, ancora oggi meta’ degli uomini  aborigeni e più un terzo delle donne muoiono prima dei 45 anni. La durata media della vita  tra la popolazione aborigena e’ dieci anni inferiore a quella non aborigena.

Mi dicono che in un non lontano passato Australia Day passava quasi inosservato. In effetti il 26 gennaio veniva celebrato solo in New South Wales, per marcare l’anniversario del primo sbarco. Solo nel 1931 diviene festa nazionale e prende il nome di Australia Day, e dal 1994, con l’istituzione del premio “Australian of the year” comincia ad acquistare maggior importanza.

Manifestazione Invasion Day

Manifestazione Invasion Day

L’Australia ha tante cose da celebrare ed e’ bello vedere gente felice per le strade, non dover andare a lavorare in un bellissimo martedì di sole, godersi una giornata distesi sull’erba. Ma il calendario e’ pieno di date, pieno di giorni che vorrebbero essere di festa. Questa data, purtroppo, porta con se tanto dolore.

Guardo la gente radunata nei parchi a bere e le bandiere che sventolano sulle case e sento la rabbia salirmi addosso. Non posso godermi questa giornata di festa. Non posso accettare queste celebrazioni, non posso tollerare questa mancanza di consapevolezza e di sensibilità.

Oggi in tutta l’Australia si sono svolte delle manifestazioni per ricordare lo sbarco della prima flotta e la susseguente distruzione della popolazione aborigena. A Melbourne c’erano tanti ragazzi ma anche tante mamme, tanti giovani hippy ma anche tanti signori “di una certa eta'”, tanti aborigeni ma anche tanti bianchi, tanti australiani ma anche tante altre nazionalità. E per la prima volta questa giornata ha avuto un significato.

Penso sia importante ricordare anche questo aspetto dell’Australia. A chi interessa saperne di più, suggerisco alcuni articoli.

Riflessioni a due

Questa mattina mi sono svegliata e ho trovato due messaggi su WhatsApp. Amiche lontane che pensano a me, come sempre felice di leggere i loro nomi sullo schermo. Dopo una notte quasi insonne, a preoccuparmi per il viaggio imminente, avevo bisogno delle loro parole.

Uno di questi e’ pero’ un messaggio a catena, di quelli che a volte mi fanno sorridere mentre in altre occasioni lasciano il tempo che trovano.

Il titolo ha attirato la mia attenzione:

AUSTRALIA DA LEZIONE DI CIVILTA’ A TUTTO L’OCCIDENTE

Purtroppo aprendolo non mi aspettavo nulla di buono. La politica australiana sull’immigrazione e’ spesso citata da movimenti di destra europei come esempio di civiltà e, mi e’ capitato di leggere post di apprezzamento condivisi da amici su Facebook.

La prima cosa che mi e’ saltata all’occhio e stata quella della provenienza del messaggio, apparentemente un discorso del primo ministro australiano, John Howard. Sta di fatto che  il primo ministro australiano e’ Malcom Turnbull. John Howard e’ stato in carica dal 1996 al 2007 ed e’, fra le altre cose, tristemente famoso per la controversia dei Children Overboard, quando nel 2001 il governo Howard accuso’ ingiustamente un gruppo di rifugiati di aver buttato i bambini in mare per garantirsi l’entrata in Australia. Insomma, un bell’esempio di civiltà!

Ho avuto modo di discutere il messaggio con Lorenzo, mio cugino di 17 anni, italiano e al momento ospite a casa nostra. Anche lui aveva trovato questa perla di saggezza che lo  aspettava al risveglio e, la sua indignazione e’ cresciuta, quando gli ho detto dell’errore iniziale nel citare il primo ministro australiano. Tornando a casa con l’intenzione di scrivere un post sull’argomento, pensate alla mia gioia (e orgoglio di mamma/cugina!) quando Lorenzo mi ha annunciato di aver fatto qualche ricerca in proposito. Gentilmente ha accettato la mia proposta di pubblicare quello che aveva scritto nel mio blog, in una specie di post a due mani. Ed eccolo qui:

Dopo gli attentati di Parigi il web, come ci si poteva aspettare, ci ha preservato un’infinità di commenti, pensieri, opinioni a riguardo che possono essere condivise o non condivise; una questione di idee nella quale non voglio entrare in merito, un po’ perché chi mi conosce sa come la penso e un po’ anche per mia disinformazione riguardo a TUTTI i fatti collegati in qualche modo a Parigi che fanno parte di un grande insieme. A mio parere, pero’, se questo argomento dovesse essere approfondito, credo debba essere fatto con le giuste basi. Il motivo che mi ha spinto a scrivere oggi, è il fatto che e’ ormai sempre più facile spargere notizie spesso approssimative o addirittura, come in questo caso, del tutto false. 

Post come questi suscitano nelle tante persone che seguono questa ideologia politica un sentimento di condivisione, musica per le orecchie. Il peccato e’ che sia solo una GRANDE BUFALA. Innanzitutto il PRIMO MINISTRO australiano è Malcolm Turnbull e non John Howard, il quale è stato in carica dal 1996 al 2007; ma la più grande idiozia è la storia di questo articolo, che non è stato scritto dall’ ex Primo Ministro, ma viene attribuito ad un cittadino americano ed e’ stato pubblicato su un giornale locale chiamato Bartow Trader, dopo la strage delle Torri Gemelle nel 2001. 

Questa bufala era tra l’altro già stata pubblicata su Facebook nel 2010 e riappare ora di nuovo. Quindi per concludere, quando dobbiamo pubblicare qualcosa sui social network  informiamoci, e se non abbiamo voglia di informarci facciamo anche bene a lasciare perdere evitando brutte figure.

Ringrazio Lorenzo per queste chiarificazioni e riprendo la parola.

GLI EMIGRATI NON AUSTRALIANI DEVONO ADATTARSI

Continua il messaggio. E qui mi sento immediatamente tirata in causa, da brava immigrata non australiana che, non sempre, si adatta. Cominciando dalla lingua, l’inglese sarà pure la mia seconda lingua o lingua adottiva, ma la mia lingua madre e’, e resterà sempre, l’italiano. In casa mia e’ anche la lingua parlata in maggioranza, con la mia parlantina tengo alta la presenza linguistica in famiglia!

Lavoro con un gruppo di anziani italiani, arrivati in Australia nel dopoguerra. Alcuni di loro, pur vivendo a Melbourne da più di 50 anni parlano un inglese molto stentato. Ogni giorno osservo con gran tenerezza e rispetto come si sforzano di comunicare con le assistenti e, nonostante la lingua, a me pare facciano parte della società, benché non abbiamo fatto propria la lingua.

Non voglio polemizzare sul fatto della religione e passo al prossimo punto:

QUESTO E’ IL NOSTRO PAESE; LA NOSTRA TERRA E IL NOSTRO STILE DI VITA

Dopo più di vent’anni mi piace pensare che l’Australia e’ anche un po’ il mio paese e trovo alquanto offensivo il tono di questa affermazione. Non mi piace il possessivo  “nostro”, rivolto ad un paese che, molto tristemente, e’ stato strappato alle popolazioni indigene che abitavano questa terra. L’arroganza di queste parole “vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo” mi fa rabbrividire.

Se non siete felici qui, allora PARTITE

Qui l’ignoranza supera davvero ogni limite. Per molti immigrati, come me ad esempio, partire e tornare al nostro paese e’ un diritto del quale possiamo usufruire in ogni momento della nostra vita. Ho la fortuna di poter pagare il notevole costo di un volo ma soprattutto il mio paese e’ pronto ad accogliermi a braccia aperte (beh, almeno quelle della mia mamma!) ad ogni mio arrivo. Questa fortuna non me la sono guadagnata con grande lavoro e sudore, ma mi e’ capitata semplicemente perché sono nata dalla parte “giusta” del mondo.

Effettivamente non dovrei prendere questo messaggio troppo sul personale. Il fatto che non e’, dopo tutto, scritto da un primo ministro australiano ed e’ rivolto solo agli immigrati “musulmani” dovrebbe bastare per rassicurarmi e confermare che sono una immigrata “buona”. Purtroppo non e’ così. Questo messaggio mi ha ferito profondamente, il fatto che persone che amo e rispetto sentano il bisogno di condividere l’odio che viene fuori da queste parole mi rattrista e mi lascia un senso di smarrimento forse ancora più forte degli atti terroristici degli ultimi giorni.

 

Noi e loro

IMG_4454Sono arrivata a Melbourne con un visto Class 100 Resident, il 14 luglio 1992. Il secolo scorso, sono una vecchia immigrata, e’ ufficiale!

Per ottenere il visto come de facto, Nigel ed io abbiamo dovuto dimostrare di aver convissuto per 6 mesi, con testimonianze di amici e parenti, qualche foto, un conto in banca in comune e, per finire, un colloquio con l’immigrazione. Dopo avere esaminato il tutto, ci hanno comunicato che ci credevano, ero una “immigrata per amore” legittima. Nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata residente australiana.

Ho cominciato ad insegnare italiano agli adulti. Mai insegnato in vita mia ma per il solo fatto che fossi italiana “appena arrivata” meritavo il titolo di insegnate. I mie studenti mi adoravano, non so’ bene se per le mie doti di insegnate o per il mio “cute accent” e ben presto mi ritrovai ad avere classi nelle maggiori scuole di lingua della città, più un bel numero di studenti privati. Oltre al “cute accent“, di cui avrei volentieri fatto a meno, devo ammettere che portavo alle mie classi un grande entusiasmo e passione che ben rappresentavano quegli aspetti tanto amati del carattere italiano.

Ogni venerdì mi ritrovavo con le mie amiche italiane, anche loro insegnanti. Pranzavamo da Brunetti, il bar italiano per eccellenza, o al vicino “club dei pensionati”, dove un gruppo di simpatici signori si riunivano per mangiare polenta e baccalà e giocare a carte. Ci avevano accolto a braccia aperte, dividendo con noi perle di saggezza e storie dei “vecchi tempi”. Eravamo in tre e in meno di un anno il nostro rapporto era diventato più simile a quello tra sorelle che amiche. Eravamo le nuove leve dell’immigrazione italiana, avevamo studiato e non avevamo vissuto la guerra. Eravamo a Melbourne per scelta e non per bisogno. Il nostro accento era un vantaggio, non un ostacolo.

C’era una netta distinzione tra “noi” e “loro”. Trovare “uno di noi” era cosa rara e preziosa e voleva dire ampliare il nostro piccolo gruppo, organizzare un picnic per celebrare l’incontro, ridere come bambini parlando di Carosello.

Ieri sera sono andata all’Opening Night Gala del film festival italiano. “Da quanto vivi in Australia?” ho chiesto a un ragazzo con cui stavo chiacchierando, “4 anni”, risponde lui, “Appena arrivato!”, dico io. Il suo sguardo stupito conferma quello che cominciavo a sospettare, sono qui da troppo tempo se 4 anni mi sembrano pochi. Non sono più nel gruppo, sono diventata una di “loro”.

Le strade di Melbourne sono piene di ragazzi che parlano italiano, istintivamente vorrei attaccare discorso, come ai vecchi tempi, ma ho imparato che non funziona così. Le nuove leve dell’immigrazione italiana sono venute con visti da studenti, dividono appartamenti nella city e sono in costante comunicazione con l’Italia. Hanno blogs, podcasts e pagine Facebook, sono sicuri ed intraprendenti.  Non hanno bisogno di sentirsi “sorelle” perché per loro il distacco e’ molto meno definitivo. In un certo senso si sono portati dietro l’Italia.

Il post di Claudia mi ha stupita ed amareggiata, la mancanza di solidarietà che ha descritto mi era del tutto nuova e mi ha fatto sentire come mia nonna, pensando: ai miei tempi l’arrivo del visto di un’amica rappresentava motivo di festeggiamento!

Mi piace pensare che ci sia ancora spazio per solidarietà tra italiani vecchi e nuovi e che, come noi con il “club dei pensionati”, si possano trovare opportunità di confronto e sostegno.

 

 

 

 

Non voglio favori, grazie!

IMG_2168L’ultima volta che sono andata al consolato italiano a Melbourne ho descritto la mia esperienza in inglese. Questa volta sento il bisogno di sfogarmi nella lingua madre perché so’ che solo in italiano potrò esprimere la mia frustrazione e solo gli italiani potranno comprenderla.

Questo e’ un post di sfogo, anche se vorrei poter fare una denuncia ufficiale ad un sistema che tratta i cittadini senza nessun rispetto. Poi, come tutti gli italiani, mi rassegno e dico (e me ne vergogno): questo e’ il sistema e non si può fare nulla per cambiarlo.

E’ davvero impossibile cambiare le cose? L’Italia sta andando a rotoli ed e’ risaputo. Ma perché i cittadini accettano senza dire nulla? Poi ricevo una telefonata da un impiegato del consolato e mi rendo conto di essere completamente impotente di fronte ad un sistema che non riesco a comprendere. Provo timidamente a ribellarmi, ma non ottengo assolutamente niente. Finisco la telefonata amareggiata e furiosa e con la sensazione di aver parlato al classico muro. Le mie parole sono scivolate e cadute senza venire in nessun modo assimilate.

Impiegato: “Buongiorno! Telefono dal consolato per confermare il suo appuntamento di domani”

Barbara: “Grazie. L’appuntamento e’ per mia figlia, per un passaporto.”

Ottimo inizio direi. L’impiegato e’ gentile e anche spiritoso. Scambiamo qualche battuta e per finire mi dice: “Bene, ci vediamo domani alle 9.”

L’appuntamento, preso circa un anno fa (tale e’ la lista di attesa per fare un passaporto), era per le 11.30 e lo dico al gentile signore.

Impiegato: “Si, ma voglio farle un favore e glielo sposto alle 9 così fa più in fretta.”

Vuole farmi un favore non richiesto e lo ringrazio ma, visto che l’appuntamento era alle 11.30 e per noi andava bene così, ci siamo organizzate la giornata. Dico al signore che non importa, alle 11.30 per noi va benissimo.

Impiegato: “Ma sa, se viene alle 11.30 non uscirà prima delle 2.30, mentre venendo presto…”

Barbara: “Guardi, mia figlia si e’ già organizzata ed ha una colazione con un’amica…”

Perché sento il bisogno di dargli spiegazioni? Non voglio un favore, sono contenta con il mio orario, ho tempo da perdere…ma le mie difese stanno crollando e sento di dovermi giustificare.

Impiegato: “Allora un cappuccino e’ più importante di un passaporto?!”

Di fronte ad una simile dichiarazione sento un’esplosione di rabbia. Come si permette? Mantengo la calma e dico che non voglio cambiare l’appuntamento, che ho messo in conto di perdere la giornata al consolato e non mi importa se devo rimanere li tutto il giorno.

Impiegato: “Perché vuole fare la difficile! Venga alle 9.30!”

A questo punto mi sento sconfitta. Perdo la forza di spiegarmi, non voglio fare la difficile, pensavo di semplificare le cose dicendo che non mi importa aspettare…ma sono consapevole che spiegare non serve a niente.

Se voglio cambiare l’appuntamento il prossimo posto disponibile e’ il 15 dicembre 2016. Accetto “il favore” e sta mattina alle 9.30 varchiamo la soglia del consolato.

Davanti allo sportello ci sono circa dieci persone. Dall’ultima visita ricordo che chi ha l’appuntamento non deve mettersi in coda ma annunciarsi direttamente. Vedo un avviso sul muro che conferma la procedura. Avviso in italiano e inglese che non lascia ombra di dubbio. Vado allo sportello e dico che il mio appuntamento e’ alle 9.30. L’impiegato mi ride in faccia e mi dice di tornare in coda, che tutti hanno l’appuntamento, e chi sono io per passare davanti!

Un signore con il figlio che non si erano messi in coda perché avevano letto l’avviso ascoltano lo scambio e vengono a mettersi dietro di noi. Anche lui era venuto sei mesi fa per fare il suo passaporto e non aveva dovuto fare la coda. Entrambi leggiamo il foglio sul muro che evidentemente non ha nessuna importanza. Ridiamo!

Arriva il nostro turno. Abbasso lo sguardo sulla lista degli appuntamenti e vedo che il nostro e’ alle 11.30.

Barbara: “Scusi, a che ora e’ l’appuntamento?”

Impiegato: “E’ alle 11.30, e’ in anticipo, visto che sono solo le 9.30, dovrà aspettare un po’…”

Ovviamente non gli do il tempo di continuare. Respiro profondamente perché mi sono ripromessa di stare calma, anche se sento che le mie risorse si stanno esaurendo.

Barbara: “Ho ricevuto una telefonata ieri dicendo che dovevo venire prima. Ho cercato di lasciare l’appuntamento alle 11.30 ma non mi e’ stato possibile.”

Ovviamente non ho preso il nome dell’impiegato, ma saprei riconoscerlo perché e’ lo stesso che ha fatto il mio passaporto qualche mese fa.

Impiegato: “Un attimo, vado a chiedere!”

Torna dicendo che “ha trovato il colpevole” e Julia potrà entrare in pochi minuti.

Mi chiedo cosa sarebbe successo se non avessi detto nulla. Ovviamente il tipo di ieri ha cambiato l’appuntamento senza dirlo a nessuno e nei documenti ufficiali e’ rimasto alla stessa ora.

Una coppia aspetta di essere chiamata. Cominciamo a parlare e anche a loro e’ successa la stessa cosa, il loro appuntamento e’ stato cambiato all’ultimo momento. Ma, al contrario di me, non hanno controllato che fosse stato cambiato sul foglio ufficiale e ora aspettano. Quando racconto la mia esperienza la signora va allo sportello a cercare di accelerare le cose. Ma forse per loro e’ troppo tardi, hanno perso il posto nel sistema non sistema e tocca aspettare.

Ora mi chiedo, perché invece di metterlo sotto forma di “favore” l’impiegato non mi ha semplicemente detto: “Scusi, le sarebbe possibile cambiare il suo appuntamento alle 9” offrendo un qualsiasi motivo personale o professionale. Non sarei stata difficile e avrei di buon grado accettato il nuovo orario, cambiando i miei piani. Ma e’ questo modo di porsi, di farti sentire “in dovere” verso un burocratico che ti offre qualcosa su un piatto d’oro, che tu non hai chiesto, che mi lascia amareggiata e delusa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immigrant or expat?

I have always called myself an immigrant. For some reason being an “immigrant” in my eyes had a lot more depth then being an “expat”. Moving to another country as an “expat” felt like a less temporary decision and therefore, a lighter one. Being an “immigrant” gave me the right to carry my suitcase full of sorrows but also provided me a hint of extra courage. By being an “immigrant” I could identify with those first arrivals, coming off boats after days of travelling, carrying all their belongings and looking for a better future. The fact that I arrived with a backpack and after a 24 hours plane journey had little impact on the romantic view I had of myself.

When I started my support group on Meet Up I thought about what term to use: expat or immigrant. I finally decided to use “expat” for a purely “commercial” reason: I wanted to target people who did carry their sorrows but … in a luxury case! Expats who, potentially, could pay for my services as a counsellor. Unlike immigrants who possibly were struggling to make ends meet.

I admit I felt uneasy about my choice of word. In a way I felt I betrayed what I believed and created a group for people I did not relate too, people I could not identify with. I spent some time pondering on this issue and I decided that “labels” were never a good thing. It was best to leave it and take it for what it was, a meaningless word. In fact I thought of bringing the subject up with the group and use it as a topic to discuss in the future.

Then today this article comes up on my Facebook page and it forces me to look at that uneasy feel again and reflect on the fact that sometimes “labels” carry a lot more meaning that we give them credit for. More food for thought.

 

The evolution of language

I am following a very interesting conversation about bilingual children on the Facebook page of Expactclic (a wonderful resource for all expat women and, possibly, men too!) and, as it often happens, it made me realise how much my perspective has changed over the years.

The discussion was started by an italian mother living abroad and wondering (and worrying a bit also) about how her daughter’s italian language and culture will develop and grow.

I remember all too well how I used to be concerned about the exact same issues and went from feelings of helplessness, about not being able to do anything about it, to guilt, for not trying to do something about it.

I knew that, inevitably, my girls were going to be Australian and english was going to be their primary language and I tried to accept this. At the same time I saw parents (with better parenting skills then mine, obviously!)who spent time after school doing italian grammar and I couldn’t help feeling inadequate and a touch guilty.

Nevertheless I did nothing about it. My girls kept talking to me in italian but I never sat down with them trying to teach them the beauty of the subjunctive or the meaning of adverbs and other little grammatical treasures.

I thought of them growing up without knowing the existence of Dante and Manzoni but never mentioned to them the existence of the Divina Commedia and I Promessi Sposi.

I guess I just wanted them the same experiences I had growing up but obviously wasn’t prepared to bring Dante back into my life and sharing it with them!

Was it laziness or was it simply not important enough for me? I imagine it was a bit of both and ultimately they grew up very well and they are caring and intelligent human beings. They can talk to their family and friends in Italy and everyone is thrilled with how they have  mastered the language. They talk in Italian to me and I love that we have this “special” language that is just ours.

I guess I’ve just stopped worrying. I am not sure when this happened exactly, when I left behind helplessness and guilt and started to see my daughters for what they are, individuals with their own experiences and stories.

They didn’t grow up in Italy in the ’70’s and therefore they did not have to sit to analyse sentences and learn poems by heart. But I’ve managed to pass on what is important to me, a sense of belonging to a small town on the other side of the world and the ability to communicate in my mother tongue.

The other day we were in the car chatting and Sofia told me: “E’ ficcato dentro properly? Puoi check?” (Is it in properly, can you check?). I promptly “checked” without thinking twice to what she had just said but I was surprised to hear Julia laugh. All of a sudden the weirdness of the sentence dawned on Sof and I and we all started laughing.

Speaking two languages we always tend to choose what it’s easier, I am aware of doing the same with the girls and with my italian friends, and such mixed sentences are all too common. In this case I think that “ficcato” could be seen as a bit of a slang word, a word that only someone who has grown up speaking italian would use and together with properly conjugated verbs and english words it made for a very complex sentence 😉

Julia wrote it down and I had to share it with you, now it will become immortal!

Dante is possibly turning in his grave but this is a different era and a different country after all!

 

Pubblica ammenda

L’altro giorno, mentre scrivevo questo post e, in seguito, discutevo animatamente con il mio australian marito sull’esagerato intervento dello Stato riguardo l’uso obbligatorio dei caschi  in bicicletta, dall’altra parte del mondo, la mia mamma pedalava pian piano verso casa.

La mia mamma non e’ una ciclista e usa la bici come la userei io, se non dovessi mettere il casco. Piccoli giri nel quartiere, lenti e tranquilli, una pedalata dopo l’altra senza mai cambiar marcia, pensando a cosa cucinare per cena.

Inforca la rotonda che la condurrà direttamente nel cancello di casa ma, un’autista distratta e con il sole negli occhi non si ferma a darle la precedenza e la povera mamma finisce in ospedale con trauma cranico e due costole rotte. Avesse avuto il casco se la sarebbe cavata con un paio di costole rotte e, possibilmente, meno paura.

Ebbene si, ho sbagliato. Prima di tutto ho dovuto dire a Nigel che ha ragione…i caschi sono importanti ed e’ una scelta responsabile dello stato imporli ai suoi cittadini. Mi e’ costato parecchio ma l’ho fatto! E poi ho pensato di informarvi, anche se mi costa fatica, ma penso sia giusto fare una specie di pubblica ammenda.

Nanny State? Yes, please 😉

 

Reflections on “home”

A most appropriate sign: Vallecrosia the town of the family!

A most appropriate sign: Vallecrosia the town of the family!

My first thought on writing this post has been about what language to use. How can I better reflect on my last trip to Italy? What language can better express what I feel? And ultimately, which is the language I feel more comfortable with when I think of “home”? But where is “home”? One of the most cliche question us expat get asked and one that, admittedly, I never really bothered to find an answer to. When I get asked I am usually vague, not because I am uncomfortable with the question, but because the meaning of “home” has been quite elusive and I have, possibly, avoided dwelling too much on it. I am a firm believer that we should be in the present, in space and time and I guess is because of this belief that I have lately started to feel that “home” is, simply, where I am. It does sound kind of lonely and sad. What happens to “home is where the heart is”? Where do family and friends come into this very self centred view? I am blessed with a beautiful family and some very special friends but most of them have never lived where I live. Although when I left Vallecrosia I left family and friends behind, I could not wait to run away and for years I struggled with my life in Melbourne, even after my daughters were born. Neither places felt like home, no matter how many people I loved lived there. How are things different this time? Or has this feeling of belonging and content being developing for a while? How could I have had such a blissful time in Vallecrosia and still be absolutely comfortable coming back to Melbourne? In Vallecrosia not only can everyone spell my surname but they know it before I even say it! I can go to the post office and stand in line for an hour to get one stamp. In that time I hear a very personal story about the horrible man behind the counter, I make a new friend and find myself involved in a group discussion about the economic crisis. Unfortunately the queue doesn’t really move forward and I leave without the stamp, feeling nevertheless very satisfied about my morning! On my way to the market I can bump into at least five relatives and a few family friends, they all tell me I haven’t changed a bit. I am totally confident they are telling the truth as they have known me all my life and they should know! But it’s time to leave and, although I could happily stay a bit longer, I am ready to go.

My beautiful mountains

My beautiful mountains

Kissing everyone goodbye it’s sad but we have all done it many times before and we have mastered the art of staying close when we are far. Nigel and Julia are waiting at the airport and it feels good to be together again. I haven’t been away from Julia for such a long period before and, o f course, I was separated from Sofia for an even longer time. I am learning to let them go, in fact we have all cooped pretty well with these separations. This realisation brings me comfort.

Sunset and the end of another journey

I get up in Melbourne after a sleepless night. But somehow even the dreaded jet leg doesn’t feel so bad this time. It’s Christmas’ eve and I walk out into the sunshine. On the way to the shops I meet a neighbour who fills me in with her renovation and further down I have a chat with the man from the video shop walking his dogs. Christmas wishes and welcome back hug from one of my fellow aqua aerobic really makes me feel like…I am home!

Going back to my initial thought, I ended up writing in English and, of course, I have to ask myself why. Has English taken over? After spending some time pondering on this I come to the conclusion that English is the language I am better at being an adult and “reflection” is a very adult concept. It comes more natural to me to reflect in English but this exercise is not over yet and I am determined to do some reflecting in Italian. Stay tuned italians followers!

Mosche bianche

Ho pensato spesso di scrivere sulla triste situazione dei rifugiati in Australia, coloro che arrivano sui barconi e vengono spediti a Christmas Island. E’ un’aspetto dell’Australia che pochi conoscono, l’altra faccia della medaglia. Nel suo post Claudia esprime esattamente il mio punto di vista e la ringrazio per aver fatto il lavoro per me!

Diario dal Mondo

Era da un po’ che già vivevo in Australia quando per la prima volta qualcuno mi disse che l’Australia è un paese razzista. Durante il mio semestre di scambio ad Adelaide avevo studiato la White Australia Policy (*), quindi ero a conoscenza del suo passato discriminatorio, ma ero convinta che nel 2011 o 2012 che fosse, l’Australia si fosse lasciata tutto questo alle spalle.

D’altronde io non sono mai stata discriminata. A parte i problemi logici legati al mio visto temporaneo, per il resto sono sempre stata accolta a braccia aperte da tutti. Ovviamente il fatto di avere un fidanzato “locale” ha aiutato, ma non credo sia stato il fattore determinante. Il fatto è che io sono emigrata qui, ho lavorato sodo, ho cercato di integrarmi il più possibile e sono stata accettata. E ho raccontato qui come l’Australia sia un paese multietnico, in cui culture asiatiche e occidentali convivono fianco…

View original post 661 more words

Celebriamo!

Ho finito le scuole superiori nel 1984, effettivamente e’ passato un po’ di tempo e forse la mia memoria vascilla, ma non ricordo nessun festeggiamento particolare, nessuna cerimonia per segnare questo traguardo. Quello che ricordo invece e’ la scena finale del film Grease e la felicita’ dei protagonisti nel celebrare la fine del loro percorso scolastico.

Julia ha finito la scuola  e la scorsa settimana e’ stata una serie di festeggiamenti, con pic nic nel parco e balli sui banchi (quasi come in Grease, mi piace pensare!), e si e’ conclusa venerdi sera con la cerimonia formale della “graduation”. Mi lamento spesso della mancanza di tradizioni in Australia ma questa abitudine di onorare la fine di un periodo significativo nella vita di ogni ragazzo mi ha piacevolmente sorpreso e riempito il cuore.

La cerimonia si e’ svolta nel comune di Melbourne e il luogo stesso gia’ conferiva una certa solennita’ ed importanza. Non sapevo assolutamente cosa aspettarmi e l’unica indicazione ricevuta da Julia era di prepararmi ad una serata noiosissima. La premessa non era dunque delle migliori!

Devo ammettere che negli ultimi giorni (o forse settimane!) mi sono ritrovata spesso sulla soglia delle lacrime e ho faticato a non abbandonarmi alla nostalgia. Ma sono arrivata a destinazione convinta di poter affrontare la situazione al meglio! La serata e’ cominciata con qualche chiacchiera tra genitori e ho subito notato, con sollievo, che non ero l’unica con gli occhi lucidi. Le mamme di lacrima facile esistono anche in Australia!

Melbourne Town Hall

Melbourne Town Hall

Musica, discorsi, premi vari, il riconoscimento degli sforzi degli studenti, in tutti i campi, dall’accademico, allo sport, al coinvolgimento sociale e, infine, la consegna a tutti i 250 ragazzi di un certificato. Effettivamente, guardando l’interminabile lista di nomi sul programma, l’idea di farmi un pisolino mi era passata per la mente! Invece mi sono persa ad osservare e apprezzare questi splendidi ragazzi, salire sul palco, sicuri, felici, pronti ad affrontare il mondo. La cosa che mi ha colpito di piu’ e’ stata la loro individualita’. Si parla spesso di come gli adolescenti tendano all’assimilazione, seguendo le mode del momento e cercando il piu’ possibile di essere parte del gruppo. Ma quello che mi e’ passato davanti, sul palco del Melbourne Town Hall, era una celebrazione della diversita’!

48 etnie differenti, i nomi nella lista facevano pensare a paesi esotici e lontani…Afendulis, Paraskevas, Khalil-Salib… e l’insegnante che li leggeva aveva un talento particolare per le lingue, la sua pronuncia a me e’ parsa impeccabile! Ma cio’ che mi ha colpito di piu’ e’ stato lo stile individuale di ogniuno dei ragazzi, dai tacchi a spillo, alle scarpe da ginnastica, dai vestiti lunghi, ai pantaloncini corti! Tutti perfettamente a loro agio, tutti assolutamente parte del gruppo.

E tutto questo celebrare si svolge prima degli esami, prima dei risultati finali, prima di aver raggiunto il traguardo! Ne parlavo con la mia amica Annamaria, anche lei reduce di una settimana di festeggiamenti della figlia, e ci chiedevamo il significato di questo “celebrare” prima della fine. Quasi come mettere il carro davanti ai buoi! La risposta mi e’ stata data dal capitano della scuola, una ragazzo molto eloquente e simpaticamente “nerd”, nel suo discorso finale. Anche lui, come noi, si era posto la stessa domanda ed era giunto alla conclusione che l’importante e’ il viaggio, non l’arrivo alla meta!