Australia Day? No grazie

Ho fatto una pausa e ritorno in questa strana giornata, di festa e di lutto: Australia Day/Invasion Day.

Australia

Australia Day – il sogno australiano

Siamo dall’altra parte del mondo e probabilmente non molti sanno che il 26 gennaio e’ la festa nazionale australiana. E perché siamo dall’altra parte del mondo, benché sia gennaio, e’ estate. Si celebra nei parchi e sulle spiagge, la cultura australiana in tutto il suo splendore e amore per la vita all’aria aperta: birra, salsicce sul barbecue, football, picnic.

Perché il 26 gennaio? Il 26 gennaio 1788 la prima flotta britannica sbarca a Port Jackson (Sydney). Mentre per gli invasori europei questa data rappresenta un’altra conquista coloniale, per la popolazione aborigena locale e’ l’inizio di un susseguirsi di conseguenze disastrose.

Il governo Britannico dichiara la nuova colonia terra nullius (terra di nessuno) e il massacro comincia.

Non c'e' orgoglio nel genocidio

Non c’e’ orgoglio nel genocidio

Nel 1838 il giornale Sydney Monitor scrive: e’ stato deciso di sterminare tutta la razza nera in quel quartiere”, cioè la popolazione Darug che viveva sulle rive del fiume Hawkesbury, non lontano da Sydney. La popolazione locale, senza armi da fuoco, combatte eroicamente.

Tra il 1788 e il 1920 la popolazione aborigena scende da 750.000 a 60.000, causa violenza e malattie.

Tra il 1890 e il 1960 migliaia di bambini vengono rimossi dalle loro famiglie e messi in “missioni” o dati in affido a famiglie bianche. Lo scopo di queste rimozioni forzate era quello di distruggere la cultura aborigena e promuovere quella europea.

In uno dei paesi più sviluppati e privilegiati del mondo, ancora oggi meta’ degli uomini  aborigeni e più un terzo delle donne muoiono prima dei 45 anni. La durata media della vita  tra la popolazione aborigena e’ dieci anni inferiore a quella non aborigena.

Mi dicono che in un non lontano passato Australia Day passava quasi inosservato. In effetti il 26 gennaio veniva celebrato solo in New South Wales, per marcare l’anniversario del primo sbarco. Solo nel 1931 diviene festa nazionale e prende il nome di Australia Day, e dal 1994, con l’istituzione del premio “Australian of the year” comincia ad acquistare maggior importanza.

Manifestazione Invasion Day

Manifestazione Invasion Day

L’Australia ha tante cose da celebrare ed e’ bello vedere gente felice per le strade, non dover andare a lavorare in un bellissimo martedì di sole, godersi una giornata distesi sull’erba. Ma il calendario e’ pieno di date, pieno di giorni che vorrebbero essere di festa. Questa data, purtroppo, porta con se tanto dolore.

Guardo la gente radunata nei parchi a bere e le bandiere che sventolano sulle case e sento la rabbia salirmi addosso. Non posso godermi questa giornata di festa. Non posso accettare queste celebrazioni, non posso tollerare questa mancanza di consapevolezza e di sensibilità.

Oggi in tutta l’Australia si sono svolte delle manifestazioni per ricordare lo sbarco della prima flotta e la susseguente distruzione della popolazione aborigena. A Melbourne c’erano tanti ragazzi ma anche tante mamme, tanti giovani hippy ma anche tanti signori “di una certa eta'”, tanti aborigeni ma anche tanti bianchi, tanti australiani ma anche tante altre nazionalità. E per la prima volta questa giornata ha avuto un significato.

Penso sia importante ricordare anche questo aspetto dell’Australia. A chi interessa saperne di più, suggerisco alcuni articoli.

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Riflessioni a due

Questa mattina mi sono svegliata e ho trovato due messaggi su WhatsApp. Amiche lontane che pensano a me, come sempre felice di leggere i loro nomi sullo schermo. Dopo una notte quasi insonne, a preoccuparmi per il viaggio imminente, avevo bisogno delle loro parole.

Uno di questi e’ pero’ un messaggio a catena, di quelli che a volte mi fanno sorridere mentre in altre occasioni lasciano il tempo che trovano.

Il titolo ha attirato la mia attenzione:

AUSTRALIA DA LEZIONE DI CIVILTA’ A TUTTO L’OCCIDENTE

Purtroppo aprendolo non mi aspettavo nulla di buono. La politica australiana sull’immigrazione e’ spesso citata da movimenti di destra europei come esempio di civiltà e, mi e’ capitato di leggere post di apprezzamento condivisi da amici su Facebook.

La prima cosa che mi e’ saltata all’occhio e stata quella della provenienza del messaggio, apparentemente un discorso del primo ministro australiano, John Howard. Sta di fatto che  il primo ministro australiano e’ Malcom Turnbull. John Howard e’ stato in carica dal 1996 al 2007 ed e’, fra le altre cose, tristemente famoso per la controversia dei Children Overboard, quando nel 2001 il governo Howard accuso’ ingiustamente un gruppo di rifugiati di aver buttato i bambini in mare per garantirsi l’entrata in Australia. Insomma, un bell’esempio di civiltà!

Ho avuto modo di discutere il messaggio con Lorenzo, mio cugino di 17 anni, italiano e al momento ospite a casa nostra. Anche lui aveva trovato questa perla di saggezza che lo  aspettava al risveglio e, la sua indignazione e’ cresciuta, quando gli ho detto dell’errore iniziale nel citare il primo ministro australiano. Tornando a casa con l’intenzione di scrivere un post sull’argomento, pensate alla mia gioia (e orgoglio di mamma/cugina!) quando Lorenzo mi ha annunciato di aver fatto qualche ricerca in proposito. Gentilmente ha accettato la mia proposta di pubblicare quello che aveva scritto nel mio blog, in una specie di post a due mani. Ed eccolo qui:

Dopo gli attentati di Parigi il web, come ci si poteva aspettare, ci ha preservato un’infinità di commenti, pensieri, opinioni a riguardo che possono essere condivise o non condivise; una questione di idee nella quale non voglio entrare in merito, un po’ perché chi mi conosce sa come la penso e un po’ anche per mia disinformazione riguardo a TUTTI i fatti collegati in qualche modo a Parigi che fanno parte di un grande insieme. A mio parere, pero’, se questo argomento dovesse essere approfondito, credo debba essere fatto con le giuste basi. Il motivo che mi ha spinto a scrivere oggi, è il fatto che e’ ormai sempre più facile spargere notizie spesso approssimative o addirittura, come in questo caso, del tutto false. 

Post come questi suscitano nelle tante persone che seguono questa ideologia politica un sentimento di condivisione, musica per le orecchie. Il peccato e’ che sia solo una GRANDE BUFALA. Innanzitutto il PRIMO MINISTRO australiano è Malcolm Turnbull e non John Howard, il quale è stato in carica dal 1996 al 2007; ma la più grande idiozia è la storia di questo articolo, che non è stato scritto dall’ ex Primo Ministro, ma viene attribuito ad un cittadino americano ed e’ stato pubblicato su un giornale locale chiamato Bartow Trader, dopo la strage delle Torri Gemelle nel 2001. 

Questa bufala era tra l’altro già stata pubblicata su Facebook nel 2010 e riappare ora di nuovo. Quindi per concludere, quando dobbiamo pubblicare qualcosa sui social network  informiamoci, e se non abbiamo voglia di informarci facciamo anche bene a lasciare perdere evitando brutte figure.

Ringrazio Lorenzo per queste chiarificazioni e riprendo la parola.

GLI EMIGRATI NON AUSTRALIANI DEVONO ADATTARSI

Continua il messaggio. E qui mi sento immediatamente tirata in causa, da brava immigrata non australiana che, non sempre, si adatta. Cominciando dalla lingua, l’inglese sarà pure la mia seconda lingua o lingua adottiva, ma la mia lingua madre e’, e resterà sempre, l’italiano. In casa mia e’ anche la lingua parlata in maggioranza, con la mia parlantina tengo alta la presenza linguistica in famiglia!

Lavoro con un gruppo di anziani italiani, arrivati in Australia nel dopoguerra. Alcuni di loro, pur vivendo a Melbourne da più di 50 anni parlano un inglese molto stentato. Ogni giorno osservo con gran tenerezza e rispetto come si sforzano di comunicare con le assistenti e, nonostante la lingua, a me pare facciano parte della società, benché non abbiamo fatto propria la lingua.

Non voglio polemizzare sul fatto della religione e passo al prossimo punto:

QUESTO E’ IL NOSTRO PAESE; LA NOSTRA TERRA E IL NOSTRO STILE DI VITA

Dopo più di vent’anni mi piace pensare che l’Australia e’ anche un po’ il mio paese e trovo alquanto offensivo il tono di questa affermazione. Non mi piace il possessivo  “nostro”, rivolto ad un paese che, molto tristemente, e’ stato strappato alle popolazioni indigene che abitavano questa terra. L’arroganza di queste parole “vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo” mi fa rabbrividire.

Se non siete felici qui, allora PARTITE

Qui l’ignoranza supera davvero ogni limite. Per molti immigrati, come me ad esempio, partire e tornare al nostro paese e’ un diritto del quale possiamo usufruire in ogni momento della nostra vita. Ho la fortuna di poter pagare il notevole costo di un volo ma soprattutto il mio paese e’ pronto ad accogliermi a braccia aperte (beh, almeno quelle della mia mamma!) ad ogni mio arrivo. Questa fortuna non me la sono guadagnata con grande lavoro e sudore, ma mi e’ capitata semplicemente perché sono nata dalla parte “giusta” del mondo.

Effettivamente non dovrei prendere questo messaggio troppo sul personale. Il fatto che non e’, dopo tutto, scritto da un primo ministro australiano ed e’ rivolto solo agli immigrati “musulmani” dovrebbe bastare per rassicurarmi e confermare che sono una immigrata “buona”. Purtroppo non e’ così. Questo messaggio mi ha ferito profondamente, il fatto che persone che amo e rispetto sentano il bisogno di condividere l’odio che viene fuori da queste parole mi rattrista e mi lascia un senso di smarrimento forse ancora più forte degli atti terroristici degli ultimi giorni.

 

Noi e loro

IMG_4454Sono arrivata a Melbourne con un visto Class 100 Resident, il 14 luglio 1992. Il secolo scorso, sono una vecchia immigrata, e’ ufficiale!

Per ottenere il visto come de facto, Nigel ed io abbiamo dovuto dimostrare di aver convissuto per 6 mesi, con testimonianze di amici e parenti, qualche foto, un conto in banca in comune e, per finire, un colloquio con l’immigrazione. Dopo avere esaminato il tutto, ci hanno comunicato che ci credevano, ero una “immigrata per amore” legittima. Nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata residente australiana.

Ho cominciato ad insegnare italiano agli adulti. Mai insegnato in vita mia ma per il solo fatto che fossi italiana “appena arrivata” meritavo il titolo di insegnate. I mie studenti mi adoravano, non so’ bene se per le mie doti di insegnate o per il mio “cute accent” e ben presto mi ritrovai ad avere classi nelle maggiori scuole di lingua della città, più un bel numero di studenti privati. Oltre al “cute accent“, di cui avrei volentieri fatto a meno, devo ammettere che portavo alle mie classi un grande entusiasmo e passione che ben rappresentavano quegli aspetti tanto amati del carattere italiano.

Ogni venerdì mi ritrovavo con le mie amiche italiane, anche loro insegnanti. Pranzavamo da Brunetti, il bar italiano per eccellenza, o al vicino “club dei pensionati”, dove un gruppo di simpatici signori si riunivano per mangiare polenta e baccalà e giocare a carte. Ci avevano accolto a braccia aperte, dividendo con noi perle di saggezza e storie dei “vecchi tempi”. Eravamo in tre e in meno di un anno il nostro rapporto era diventato più simile a quello tra sorelle che amiche. Eravamo le nuove leve dell’immigrazione italiana, avevamo studiato e non avevamo vissuto la guerra. Eravamo a Melbourne per scelta e non per bisogno. Il nostro accento era un vantaggio, non un ostacolo.

C’era una netta distinzione tra “noi” e “loro”. Trovare “uno di noi” era cosa rara e preziosa e voleva dire ampliare il nostro piccolo gruppo, organizzare un picnic per celebrare l’incontro, ridere come bambini parlando di Carosello.

Ieri sera sono andata all’Opening Night Gala del film festival italiano. “Da quanto vivi in Australia?” ho chiesto a un ragazzo con cui stavo chiacchierando, “4 anni”, risponde lui, “Appena arrivato!”, dico io. Il suo sguardo stupito conferma quello che cominciavo a sospettare, sono qui da troppo tempo se 4 anni mi sembrano pochi. Non sono più nel gruppo, sono diventata una di “loro”.

Le strade di Melbourne sono piene di ragazzi che parlano italiano, istintivamente vorrei attaccare discorso, come ai vecchi tempi, ma ho imparato che non funziona così. Le nuove leve dell’immigrazione italiana sono venute con visti da studenti, dividono appartamenti nella city e sono in costante comunicazione con l’Italia. Hanno blogs, podcasts e pagine Facebook, sono sicuri ed intraprendenti.  Non hanno bisogno di sentirsi “sorelle” perché per loro il distacco e’ molto meno definitivo. In un certo senso si sono portati dietro l’Italia.

Il post di Claudia mi ha stupita ed amareggiata, la mancanza di solidarietà che ha descritto mi era del tutto nuova e mi ha fatto sentire come mia nonna, pensando: ai miei tempi l’arrivo del visto di un’amica rappresentava motivo di festeggiamento!

Mi piace pensare che ci sia ancora spazio per solidarietà tra italiani vecchi e nuovi e che, come noi con il “club dei pensionati”, si possano trovare opportunità di confronto e sostegno.

 

 

 

 

Di scuole femminili e tempi che non cambiano

Quando ero bambina nella mia ridente cittadina ligure c’erano due possibilità educative: una, era la scuola statale e l’altra, la scuola “dalle suore”. Nel mio caso fu scelta la seconda opzione e cominciai l’asilo all’Istituto Sant’Anna, dove rimasi fino alla fine delle medie. Ma oltre alla mia scuola cattolica mista c’era, dall’altra parte della strada, la scuola cattolica femminile. Pur vivendo in un paese piccolo non ricordo di aver mai conosciuto nessuna bambina che andava alla scuola “di solo femmine”. Tra noi studenti di Sant’Anna si parlava con un misto di commiserazione e disdegno di quelle bambine obbligate a vivere in un mondo innaturale, come una scuola senza maschi.

Queste chiacchiere e pettegolezzi avvenivano nei primi anni ’70, in un paesino di provincia, per cui potete immaginare la mia sorpresa quando, nel 1996, mi ritrovai a sentire donne della mia eta’ proclamare i benefici di una scuola tutta femminile, in una grande città cosmopolita.

Julia aveva pochi mesi e come ogni settimana mi ritrovavo con un gruppo di mamme, e qualche sporadico papa’, per condividere i progressi dei nostri piccoli e trovare consolazione e sostegno dopo un’altra notte insonne. Fu durante una di queste chiacchierate mattutine che l’argomento “scuola single-sex” venne tirato in ballo per la prima volta. Io sedevo nel mio angolo e mi tornavano alla mente immagini di bambine tristi e pallide (si, nella mia immaginazione le bambine “dall’altra parte” erano sempre tristi e pallide. Come se oltre ad essere private della compagnia maschile, venisse loro negato anche il piacere del sole ligure!) e non riuscivo a capacitarmi di come, in questa città così all’avanguardia, qualcuno potesse considerare una tale possibilità.

Donne con le quali avevo diviso quei primi mesi della mia avventura di mamma, mi mostravano un aspetto della vita nel mio paese d’adozione che, fino a quel momento, avevo completamente ignorato. Per la prima volta mi sentivo davvero “straniera” perché i loro ragionamenti pro scuola “single sex” erano concetti che mi risultavano completamente   sconosciuti e che rimbalzavano nel mio cervello senza trovare un appiglio. Non presi parte a quella prima discussione ma da allora ho avuto innumerevoli conversazioni e combattuto a spada tratta a favore delle scuole miste!

Ciclicamente appaino articoli sul giornale che ci rifilano i risultati di una nuova ricerca sui pro e contro in entrambi i campi e, ciclicamente, mi rendo conto che queste ricerche non propongono nulla di nuovo. Per me rimane sempre e solo il fatto che viviamo in un mondo “misto” e voglio offrire l’opportunità alle mie figlie di imparare a cavarsela, in questo mondo, il prima possibile!

Se devono combattere in un mondo “al maschile” e’ importante che conoscano il loro avversario, e prima cominciano, meglio e’. Impossibile negare che il mondo in cui viviamo e’ ancora dominato dall’uomo e immagino che nelle classi i ragazzi facciano in modo di avere il sopravvento. Ed e’ qui che, spero, le mie figlie abbiano l’occasione di imparare ad affrontare e sormontare questi soprusi. Che senso ha farle crescere in un mondo irrealistico per poi gettarle in pasto ai lupi a 18 anni? 

Julia ha finito la scuola l’anno scorso e ho avuto modo di paragonare la sua esperienza accademica e sociale con quella di due amiche d’infanzia, entrambi frequentatrici di una scuola femminile. Questi sono i risultati della mia ricerca!

Dal punto di vista accademico Julia, che e’ sempre stata molto timida e introversa, ha avuto risultati migliori di quelli delle sue amiche. Le ragazze sono cresciute insieme, sono tutte molto coscienziose e studiose, con genitori attenti e presenti e opportunità molto simili. Il fatto di andare ad una scuola invece di un’altra non ha avuto nessuna conseguenza sui risultati.

Dal punto di vista sociale, i sostenitori del movimento “single sex” affermano che arrivati all’adolescenza essere in presenza dell’altro sesso distrae dallo studio.

Mi piace pensare che le mie figlie possano scegliere come mettersi in relazione con l’altro sesso e, nonostante abbiano approcci molto diversi, nessuna delle due ha mai manifestato segni di “distrazione”.  E siamo in piena adolescenza e subbuglio ormonale! Sofia non ha mai fatto differenza tra amicizie maschili o femminili, mentre Julia, fino ad un paio di anni fa, ha sempre optato per amicizie femminili. Dopo anni di contatto giornaliero,  oggi e’ perfettamente a suo agio anche con i ragazzi. Nel suo caso frequentare una scuola mista le ha fornito le risorse per superare la sua timidezza con l’altro sesso e questo l’aiuterà sicuramente all’università e nel mondo del lavoro.

Anche dal punto sociale, quindi, la scelta di una scuola mista non ha portato alle mie figlie nessuno svantaggio.

Che dire, risultati positivi in entrambi i campi. Nel grande dibattito “single-sex vs co-ed le scuole miste a casa nostra vincono a pieni voti!

Leggendo su internet ho scoperto che l’Australia e’ uno dei pochi paesi dove questo sistema riscontra ancora parecchio successo. Nonostante molte scuole maschili siano state convertite in scuole miste, le scuole femminili sono ancora molto numerose e ben frequentate.

Come avveniva con le bambine della scuola di fronte, le ragazze delle scuole femminili in genere non socializzano con quelle delle scuole miste e, a volte, mi  pare di cogliere un leggero tono di commiserazione e disdegno nei discorsi delle mie figlie e dei loro amici. Ed ecco dove Melbourne 2015 e Vallecrosia ca. 1970 hanno qualcosa in comune!

A beautiful Sunday in Melbourne/ Una meravigliosa domenica a Melbourne

Today the sun was shining and the air was crisp, perfect day to go and explore Melbourne, I thought! My idea was welcomed by the entire family and within a few minutes we were in the heart of the city. I sometimes forget what a vibrant and beautiful city Melbourne is. “You look like a tourist”, Julia said. I am a european snob and I realise that I don’t appreciate Melbourne as I should. So why not look at it through the eyes of a tourist? We had yum cha in China Town and then walked up Swanston St. I looked up at the buildings, old churches and modern skyscrapers, creating a charming contrast against the blue sky. Flower beds around the town hall added colour and life to the grey of the street. Today is Refugee Day and the city was celebrating. Wonderful to see and be part of it! We headed to Federation Square, so quintessentially australian and buzzing with life. We looked at some pictures of Australian painters in the Ian Potter Gallery and I stopped in front of an image of a pioneer woman. Her face is sad and thoughtful. How hard it must have been for her, in this far away and inhospitable land. I thought of her and of the refugees. I thought of me and how easy it was to get here, how lucky I am.

Oggi era una splendida giornata d’inverno. Il sole splendente e l’aria frizzante, ideale per esplorare Melbourne! La mia idea e’ stata ben accolta da tutta la famiglia e in pochi minuti eravamo nel cuore della città. Tendo a dimenticare che città vivace e meravigliosa e’ Melbourne. “Sembri una turista!” Mi ha detto Julia. Sono una snob europea e mi rendo conto che spesso non apprezzo Melbourne come dovrei. Così decido di guardarmi intorno con gli occhi di una turista. Abbiamo mangiato ad un ristorante in China Town e poi abbiamo risalito Swanston St. Guardavo gli edifici, vecchie chiese e grattacieli moderni, creano un piacevole contrasto contro il blu del cielo. Aiuole fiorite vicino al municipio aggiungono colore al grigio della strada. Oggi e la Giornata del Rifugiato e la città era in festa. Meraviglioso essere parte di questi festeggiamenti. Abbiamo continuato fino a Federation Square, così essenzialmente australiana e piena di vita. Abbiamo guardato qualche quadro nella Galleria Ian Potter e mi sono fermata davanti all’immagine di una donna pioniera, il volto triste e pensieroso. Quanto doveva essere difficile per lei in questa terra lontana e inospitale. Ho pensato a lei e ai rifugiati. Ho pensato a me e a com’e’ stato facile arrivare qui. Ho pensato a quanto sono fortunata. 

Burocrazia australiana

Town Hall - Comune

Town Hall – Comune

Per parcheggiare davanti a casa ho bisogno di un permesso ma da quando ho cambiato macchina, cioe’ circa tre anni, non l’ho ancora rifatto. Oggi, dopo due multe, mi sono finalmente decisa.

Ma perche’ aspettare tre anni e due multe? Pigrizia. Non ho altra scusa.

Sono cresciuta in Italia dove le parole “burocrazia”, “comune”, “permesso” portano alla mente ore di coda in uffici surriscaldati, impiegati svogliati e strafottenti e interminabili moduli da riempire. Nonostante siano anni che non frequento uffici comunali italiani, mi capita spesso di ascoltare le lamentele di amici e parenti e mi pare di capire che le cose non siano cambiate molto.

La burocrazia australiana e’ un sogno e andare a fare un permesso di parcheggio non fa che rallegrare la tua giornata!

A mezzogiorno arrivo in comune, entro e mi trovo davanti una bella signora con i capelli rosso fuoco e una ricrescita di due dita. Mi accoglie con un sorriso smagliante e un “Hello darling!”. Ha le braccia ricoperte di tatuaggi all’henné sbiaditi e un modo di fare affabile e disinvolto. Senza accorgermene mi ritrovo a raccontargli delle mie multe e della mia pigrizia. Lei mi rassicura dicendo di non preoccuparmi, si occupera’ di tutto!

Mi chiede la prova di residenza e le passo con orgoglio la bolletta della luce. Mi sento organizzatissima! Ma quando mi chiede la prova che la macchina mi appartiene il documento che le ho portato non e’ quello giusto. La guardo delusa ma mi rendo conto dal suo sorriso che risolvera’ questo problema in quattro e quattr’otto. Sono in ottime mani, mi dico!

Il mio bel Parking Permit nuovo di zecca!

Il mio bel Parking Permit nuovo di zecca!

Mi suggerisce di andare dalla polizia, proprio dietro l’angolo, e di compilare un modulo per dichiarare che la macchina e’ mia. Due minuti dopo sono in commissariato dove un giovane poliziotto mi consegna il modulo e mi rassicura che sono abituati, non avere i documenti giusti e’ apparentemente una cosa molto comune. Non posso fare a meno di notare che ha un orologio di Topolino. Ovviamente non e’ sua intenzione essere troppo intimidatorio!

Torno all’ufficio dove dopo pochi minuti ho il mio permesso. Pago 32 dollari, “Take care, dal!” mi dice la signora. Il tutto si e’ svolto in meno di mezz’ora. Esco con un sorriso sulle labbra e la sensazione di vivere nel paese dei balocchi!

Quando in Australia si andava in nave – Storie di donne migranti

Un paio d’anni fa’ ho trovato un annuncio sul giornale locale: cercasi persona interessata a leggere in italiano ai residenti di una casa di riposo. 

Dopo aver letto per anni libri italiani alle mie bambine, temevo davvero che la mia carriera di lettrice “a voce alta” fosse finita. Invece no! Ogni lunedì ci ritroviamo nel nostro salottino/biblioteca, comodamente sedute, con scialletti e copertine e ci abbandoniamo a storie di guerra e tradimento, amori e passioni, drammi e tragedie!

Queste meravigliose signore, oltre ad essere splendide ed attente ascoltatrici, hanno valigie si storie da raccontare e, puntualmente, riesco a strappare qualche ricordo. Ed e’ da qui che sorge l’idea di raccogliere questi ricordi e trascriverli. Ne parlo con la mia amica Claudia, fondatrice di Expatclic, e mi propone di scrivere un articolo per il sito.

Le mie signore sono subito entusiaste di partecipare al mio progetto ed ecco qui il risultato: QUANDO IN AUSTRALIA SI ANDAVA IN NAVE – STORIE DI DONNE MIGRANTI

Buona lettura!

 

Cultural drinking

My first encounter with a group of rowdy Australians was on the ferry from Ancona to Patras in 1987. In those days my knowledge of Australian culture was inexistent and the three days spent on the deck of the ferry opened my eyes to a world of a group culture I admired and feared. Unruly games, unintelligible jokes, exuberant songs all topped with lots and lots of beer and other alcoholic concoctions. My friend and I watched from the outside but we found ourselves being drawn to this wild, new world and before we new it, we were in it. A gentle soul took us under his wing and became our educator, explaining to us, in very simple english, how Australians loved groups and drinking.

Since I started this blog I have being wanting to write about the drinking culture in Australia. The different approach to drinking definitely classifies as one of the more obvious cultural differences between Italy and Australia but I have been concerned about sounding too critical or condescending in expressing my views.

My family (and possibly my friends too) roll their eyes whenever the subject comes up and I have to admit that I have a tendency to rant about it for a little too long. So this is why I approach this subject with a bit of apprehension and I hope I will do it justice.

That ferry trip came to my mind this morning and it forced me to see the matter with different eyes. The eyes of a 22 years old, discovering a brand new world, where drinking beer meant, beside vomiting off the deck for hours and snogging strangers, a shared experience and an undeniable, if a bit superficial, sense of belonging.

Australians love to identify themselves with their passion for drinking. When I say that I don’t drink people look confused and sometimes disappointed. I used to feel the need to justify myself but lately I just let them draw their own conclusions. I might be a recovering alcoholic or an extremist teetotaller (please grant me the use of this word, ever since I’ve heard it I have been wanting to put it in a written sentence, I wouldn’t dare to pronounce  it though 😉 ), whatever they think I hope it will envelop me in an air of mystery!

The first time Nigel came to Italy we went out to a bar with a group of friends and ordered a beer. Yes…that was it…one beer. Nigel sat patiently waiting for the next round but it never came. We don’t do “rounds” in Italy.

My mum finds this love a beer quite endearing and she never fails to buy a couple of bottles whenever Nigel’s visit. I guess is her way of making him feel at home!

Last year Julia turned 18 and the first thing she did was going to the bottle shop to buy a bottle of champagne. She wanted to have the thrill of buying alcohol legally! She was a bit disappointed because she wasn’t asked for her id.

Growing up in a country where there was never any prohibition I struggle to understand her excitement. We did get drunk at parties but we didn’t have to sneak alcohol hidden in paper bags. 

Drinking is part of every celebration at the end of high school, being the celebration in the morning, afternoon or evening and after exams there is a whole week of “schoolies” when kids go away to a party and, of course, drink.

The first week of university, orientation week, is spent going to barbecues and drinking, on campus, while subscribing to different clubs where you will be able to get, amongst other things, cheap drinks.

I remember women talking dreamily about the glass of wine they will drink when they got home after our morning playgroup meetings and parents laughing amiably at their children’s 18th birthday speeches, while they talked about the great achievement of finally being able to get thrashed in pubs.

It is not uncommon to see people walking with big slabs of beer on their way to a barbecue or a picnic in the park.

From the age of 16 kids find ways to have fake IDs so they can go to pubs and clubs. Most parents know it and give their blessing. I’d like to think that some of these kids want to go to pubs and clubs to listen to bands and dance, not drink. But they can’t do it legally. 

As a 22 years old, Australians and their drinking culture might have had a certain appeal but as an adult I fail to comprehend a society that put such strong rules on drinking for minors while accepting, and on occasions even glorifying, drinking in adults. 

I conclude by saying that this is not a post about “in Italy is better because we do things different”, in fact I am not sure that, having a very different approach to alcohol, the situation is actually better in Italy. In fact I hear the problem of youth drinking is growing. 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblica ammenda

L’altro giorno, mentre scrivevo questo post e, in seguito, discutevo animatamente con il mio australian marito sull’esagerato intervento dello Stato riguardo l’uso obbligatorio dei caschi  in bicicletta, dall’altra parte del mondo, la mia mamma pedalava pian piano verso casa.

La mia mamma non e’ una ciclista e usa la bici come la userei io, se non dovessi mettere il casco. Piccoli giri nel quartiere, lenti e tranquilli, una pedalata dopo l’altra senza mai cambiar marcia, pensando a cosa cucinare per cena.

Inforca la rotonda che la condurrà direttamente nel cancello di casa ma, un’autista distratta e con il sole negli occhi non si ferma a darle la precedenza e la povera mamma finisce in ospedale con trauma cranico e due costole rotte. Avesse avuto il casco se la sarebbe cavata con un paio di costole rotte e, possibilmente, meno paura.

Ebbene si, ho sbagliato. Prima di tutto ho dovuto dire a Nigel che ha ragione…i caschi sono importanti ed e’ una scelta responsabile dello stato imporli ai suoi cittadini. Mi e’ costato parecchio ma l’ho fatto! E poi ho pensato di informarvi, anche se mi costa fatica, ma penso sia giusto fare una specie di pubblica ammenda.

Nanny State? Yes, please 😉

 

Nanny state – Stato tata

In Australia si vive bene. La vita e’ tranquilla, ci si sente sicuri e c’e’ spazio per tutti. Questo e’ risaputo. Ma forse non tutti sanno che parte di questa sicurezza e tranquillità ci viene “imposta” con una serie di regole e regolamenti, leggi e divieti che a volte hanno davvero dell’esagerato e, in alcuni casi, del ridicolo!

E’ opera del “Nanny State”, lo “Stato Tata”, che si prende cura dei suoi cittadini come fossero bambini irresponsabili, avvolgendoli nella bambagia e proteggendoli contro ogni pericolo, attuale o eventuale.

L’Australia e’ l’unico paese, insieme alla Nuova Zelanda, in cui e’ obbligatorio mettere il casco per andare in bicicletta. Anche solo per andare nel negozio in fondo alla strada, con la mia biciclettina da città, con la spesa nel cestino e velocità di poco superiore alla camminata, devo mettermi il casco. Da buona italiana ho provato a ignorare la legge. Fermata dalla polizia e rimproverata per la mia irresponsabilità! Le mie figlie mi avevano già sgridato e mi hanno detto che me lo meritavo. Niente multa per questa volta, ma la prossima volta $57!

Per questo il servizio di Bike Sharing in uso in tutte le città europee e’ fallito a Melbourne. Non molti turisti viaggiano con il casco nella valigia!

Pedoni: marciapiede chiuso, usare l'altro marciapiede

Pedoni: marciapiede chiuso, usare l’altro marciapiede

Da un paio di giorni stanno sostituendo le tubature del gas nella nostra via. Questa mattina il marciapiede davanti a casa era chiuso per questi lavori e un segnale suggeriva ai pedoni di usare il marciapiede dall’altra parte della strada. Io dovevo fare circa 50 metri, la strada e’ molto tranquilla e ho pensato di non attraversare ma passare al lato del marciapiede. C’erano ben due persone incaricate a fermare i pedoni “ribelli”! Una signora in divisa e’ venuta gentilmente a dirmi che dovevo passare sull’altro marciapiede e poi attraversare al semaforo! Nel caso non mi fosse ancora chiaro il concetto, al semaforo c’era un altro lavorante pronto a dirigermi sulla retta via! Tornata a casa ho raccontato a mia figlia che mi ha guardato stupita e mi ha detto: Ma se quella e’ la regola!

Ha ragione ed e’ proprio qui che io, dopo anni di vita a Melbourne, mi sento ancora un pesce fuor d’acqua. Perché le regole sono fatte per essere infrante…o no?

No, qui no. Le regole sono seguite ed e’ forse anche per questo che l’Australia rimane per tanti un paese di sogno. Ma a volte mi dico se in questo modo i cittadini/bambini impareranno mai a prendersi le proprie responsabilità? Se lo stato decide continuamente cosa e’ meglio per noi quando avremo la possibilità di fare quegli errori che aiutano a crescere?