Australia Day? No grazie

Ho fatto una pausa e ritorno in questa strana giornata, di festa e di lutto: Australia Day/Invasion Day.

Australia

Australia Day – il sogno australiano

Siamo dall’altra parte del mondo e probabilmente non molti sanno che il 26 gennaio e’ la festa nazionale australiana. E perché siamo dall’altra parte del mondo, benché sia gennaio, e’ estate. Si celebra nei parchi e sulle spiagge, la cultura australiana in tutto il suo splendore e amore per la vita all’aria aperta: birra, salsicce sul barbecue, football, picnic.

Perché il 26 gennaio? Il 26 gennaio 1788 la prima flotta britannica sbarca a Port Jackson (Sydney). Mentre per gli invasori europei questa data rappresenta un’altra conquista coloniale, per la popolazione aborigena locale e’ l’inizio di un susseguirsi di conseguenze disastrose.

Il governo Britannico dichiara la nuova colonia terra nullius (terra di nessuno) e il massacro comincia.

Non c'e' orgoglio nel genocidio

Non c’e’ orgoglio nel genocidio

Nel 1838 il giornale Sydney Monitor scrive: e’ stato deciso di sterminare tutta la razza nera in quel quartiere”, cioè la popolazione Darug che viveva sulle rive del fiume Hawkesbury, non lontano da Sydney. La popolazione locale, senza armi da fuoco, combatte eroicamente.

Tra il 1788 e il 1920 la popolazione aborigena scende da 750.000 a 60.000, causa violenza e malattie.

Tra il 1890 e il 1960 migliaia di bambini vengono rimossi dalle loro famiglie e messi in “missioni” o dati in affido a famiglie bianche. Lo scopo di queste rimozioni forzate era quello di distruggere la cultura aborigena e promuovere quella europea.

In uno dei paesi più sviluppati e privilegiati del mondo, ancora oggi meta’ degli uomini  aborigeni e più un terzo delle donne muoiono prima dei 45 anni. La durata media della vita  tra la popolazione aborigena e’ dieci anni inferiore a quella non aborigena.

Mi dicono che in un non lontano passato Australia Day passava quasi inosservato. In effetti il 26 gennaio veniva celebrato solo in New South Wales, per marcare l’anniversario del primo sbarco. Solo nel 1931 diviene festa nazionale e prende il nome di Australia Day, e dal 1994, con l’istituzione del premio “Australian of the year” comincia ad acquistare maggior importanza.

Manifestazione Invasion Day

Manifestazione Invasion Day

L’Australia ha tante cose da celebrare ed e’ bello vedere gente felice per le strade, non dover andare a lavorare in un bellissimo martedì di sole, godersi una giornata distesi sull’erba. Ma il calendario e’ pieno di date, pieno di giorni che vorrebbero essere di festa. Questa data, purtroppo, porta con se tanto dolore.

Guardo la gente radunata nei parchi a bere e le bandiere che sventolano sulle case e sento la rabbia salirmi addosso. Non posso godermi questa giornata di festa. Non posso accettare queste celebrazioni, non posso tollerare questa mancanza di consapevolezza e di sensibilità.

Oggi in tutta l’Australia si sono svolte delle manifestazioni per ricordare lo sbarco della prima flotta e la susseguente distruzione della popolazione aborigena. A Melbourne c’erano tanti ragazzi ma anche tante mamme, tanti giovani hippy ma anche tanti signori “di una certa eta'”, tanti aborigeni ma anche tanti bianchi, tanti australiani ma anche tante altre nazionalità. E per la prima volta questa giornata ha avuto un significato.

Penso sia importante ricordare anche questo aspetto dell’Australia. A chi interessa saperne di più, suggerisco alcuni articoli.

Riflessioni a due

Questa mattina mi sono svegliata e ho trovato due messaggi su WhatsApp. Amiche lontane che pensano a me, come sempre felice di leggere i loro nomi sullo schermo. Dopo una notte quasi insonne, a preoccuparmi per il viaggio imminente, avevo bisogno delle loro parole.

Uno di questi e’ pero’ un messaggio a catena, di quelli che a volte mi fanno sorridere mentre in altre occasioni lasciano il tempo che trovano.

Il titolo ha attirato la mia attenzione:

AUSTRALIA DA LEZIONE DI CIVILTA’ A TUTTO L’OCCIDENTE

Purtroppo aprendolo non mi aspettavo nulla di buono. La politica australiana sull’immigrazione e’ spesso citata da movimenti di destra europei come esempio di civiltà e, mi e’ capitato di leggere post di apprezzamento condivisi da amici su Facebook.

La prima cosa che mi e’ saltata all’occhio e stata quella della provenienza del messaggio, apparentemente un discorso del primo ministro australiano, John Howard. Sta di fatto che  il primo ministro australiano e’ Malcom Turnbull. John Howard e’ stato in carica dal 1996 al 2007 ed e’, fra le altre cose, tristemente famoso per la controversia dei Children Overboard, quando nel 2001 il governo Howard accuso’ ingiustamente un gruppo di rifugiati di aver buttato i bambini in mare per garantirsi l’entrata in Australia. Insomma, un bell’esempio di civiltà!

Ho avuto modo di discutere il messaggio con Lorenzo, mio cugino di 17 anni, italiano e al momento ospite a casa nostra. Anche lui aveva trovato questa perla di saggezza che lo  aspettava al risveglio e, la sua indignazione e’ cresciuta, quando gli ho detto dell’errore iniziale nel citare il primo ministro australiano. Tornando a casa con l’intenzione di scrivere un post sull’argomento, pensate alla mia gioia (e orgoglio di mamma/cugina!) quando Lorenzo mi ha annunciato di aver fatto qualche ricerca in proposito. Gentilmente ha accettato la mia proposta di pubblicare quello che aveva scritto nel mio blog, in una specie di post a due mani. Ed eccolo qui:

Dopo gli attentati di Parigi il web, come ci si poteva aspettare, ci ha preservato un’infinità di commenti, pensieri, opinioni a riguardo che possono essere condivise o non condivise; una questione di idee nella quale non voglio entrare in merito, un po’ perché chi mi conosce sa come la penso e un po’ anche per mia disinformazione riguardo a TUTTI i fatti collegati in qualche modo a Parigi che fanno parte di un grande insieme. A mio parere, pero’, se questo argomento dovesse essere approfondito, credo debba essere fatto con le giuste basi. Il motivo che mi ha spinto a scrivere oggi, è il fatto che e’ ormai sempre più facile spargere notizie spesso approssimative o addirittura, come in questo caso, del tutto false. 

Post come questi suscitano nelle tante persone che seguono questa ideologia politica un sentimento di condivisione, musica per le orecchie. Il peccato e’ che sia solo una GRANDE BUFALA. Innanzitutto il PRIMO MINISTRO australiano è Malcolm Turnbull e non John Howard, il quale è stato in carica dal 1996 al 2007; ma la più grande idiozia è la storia di questo articolo, che non è stato scritto dall’ ex Primo Ministro, ma viene attribuito ad un cittadino americano ed e’ stato pubblicato su un giornale locale chiamato Bartow Trader, dopo la strage delle Torri Gemelle nel 2001. 

Questa bufala era tra l’altro già stata pubblicata su Facebook nel 2010 e riappare ora di nuovo. Quindi per concludere, quando dobbiamo pubblicare qualcosa sui social network  informiamoci, e se non abbiamo voglia di informarci facciamo anche bene a lasciare perdere evitando brutte figure.

Ringrazio Lorenzo per queste chiarificazioni e riprendo la parola.

GLI EMIGRATI NON AUSTRALIANI DEVONO ADATTARSI

Continua il messaggio. E qui mi sento immediatamente tirata in causa, da brava immigrata non australiana che, non sempre, si adatta. Cominciando dalla lingua, l’inglese sarà pure la mia seconda lingua o lingua adottiva, ma la mia lingua madre e’, e resterà sempre, l’italiano. In casa mia e’ anche la lingua parlata in maggioranza, con la mia parlantina tengo alta la presenza linguistica in famiglia!

Lavoro con un gruppo di anziani italiani, arrivati in Australia nel dopoguerra. Alcuni di loro, pur vivendo a Melbourne da più di 50 anni parlano un inglese molto stentato. Ogni giorno osservo con gran tenerezza e rispetto come si sforzano di comunicare con le assistenti e, nonostante la lingua, a me pare facciano parte della società, benché non abbiamo fatto propria la lingua.

Non voglio polemizzare sul fatto della religione e passo al prossimo punto:

QUESTO E’ IL NOSTRO PAESE; LA NOSTRA TERRA E IL NOSTRO STILE DI VITA

Dopo più di vent’anni mi piace pensare che l’Australia e’ anche un po’ il mio paese e trovo alquanto offensivo il tono di questa affermazione. Non mi piace il possessivo  “nostro”, rivolto ad un paese che, molto tristemente, e’ stato strappato alle popolazioni indigene che abitavano questa terra. L’arroganza di queste parole “vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo” mi fa rabbrividire.

Se non siete felici qui, allora PARTITE

Qui l’ignoranza supera davvero ogni limite. Per molti immigrati, come me ad esempio, partire e tornare al nostro paese e’ un diritto del quale possiamo usufruire in ogni momento della nostra vita. Ho la fortuna di poter pagare il notevole costo di un volo ma soprattutto il mio paese e’ pronto ad accogliermi a braccia aperte (beh, almeno quelle della mia mamma!) ad ogni mio arrivo. Questa fortuna non me la sono guadagnata con grande lavoro e sudore, ma mi e’ capitata semplicemente perché sono nata dalla parte “giusta” del mondo.

Effettivamente non dovrei prendere questo messaggio troppo sul personale. Il fatto che non e’, dopo tutto, scritto da un primo ministro australiano ed e’ rivolto solo agli immigrati “musulmani” dovrebbe bastare per rassicurarmi e confermare che sono una immigrata “buona”. Purtroppo non e’ così. Questo messaggio mi ha ferito profondamente, il fatto che persone che amo e rispetto sentano il bisogno di condividere l’odio che viene fuori da queste parole mi rattrista e mi lascia un senso di smarrimento forse ancora più forte degli atti terroristici degli ultimi giorni.

 

For Paris, my heart is aching.

IMG_2176Paris is in my heart. It has been there for so long, I hardly remember a time when it wasn’t. I walked off the train in Gare de Lyon, I was 19 years old, carrying a big pack on my back, I felt strong and free. Finally stepping in the world, Paris caught me in its embrace and never let me go.

I went back after a couple of years, planning to stay forever, even though, at 21, forever is never very long. It was a bitter winter but I learned to love the cold. Our one room studio was dark and small, but I can only remember light and space. And then there were the people. New people appearing in my life, turning into friends, becoming important, opening my eyes, while Paris watched and smiled.

Whenever I go back to Europe, I make sure I can step off the train in Gare de Lyon and every time I feel 19 again, excited and full of hope. I am back, happiness in my heart.

On Thursday I’ll be flying To Paris, arriving at Charles de Gaulle airport. Sofia will be spending a month in Paris, in “my” Paris and I hope it will take over her heart, become that place where it all started. I want her to have a memorable time and come home with her own Paris’ stories. As the date draws closer, I have been getting very excited.

IMG_2659And then it all changed. It started when I read a friend posting on Facebook, to someone living in Paris, “Are you ok?”. In the past few years I have become suspicious of such harmless enquiry. I immediately think: something has happened. But I don’t like this new way of being, this fear that creeps up and makes me look for bad news. I ignored my uneasiness. It was Sofia who told me and I could not ignore it anymore. It was Paris, again.

I feel heavy and confused. I want to know, but I don’t want to know. I want my girls safe by my side, but I want to let them go. I want to be in Paris, but I don’t want to be there.

My girls are starting their life in the world, they are leaving the nest, spreading their wings. I am cherishing every moment of their new found independence, even the fear in seeing them go. But then this happen and is so real, so close, so ultimate and I am questioning everything.

We have to wait and see. It’s all so raw and there is no need to make a decision quite yet.

I am not worried about terrorist attacks. Since 9/11 I am so used to worry, every time I catch a plane, every time I am in a busy street or at a big event. But the worry doesn’t worry me anymore. It’s just part of me and I accept it a move on. I have decided that I am not stopping what I love doing, I have become quite fatalistic and I know I can’t escape when my time will come.

Arriving in a city in mourning, leaving Sofia surrounded by sorrow and pain and not being there to hold her and guide her through it. These are my concerns. I feel that I should be more concerned about her physical safety, that I shouldn’t impose my fatalistic view of the life on her.

My heart is aching, for Paris and for humanity.

Noi e loro

IMG_4454Sono arrivata a Melbourne con un visto Class 100 Resident, il 14 luglio 1992. Il secolo scorso, sono una vecchia immigrata, e’ ufficiale!

Per ottenere il visto come de facto, Nigel ed io abbiamo dovuto dimostrare di aver convissuto per 6 mesi, con testimonianze di amici e parenti, qualche foto, un conto in banca in comune e, per finire, un colloquio con l’immigrazione. Dopo avere esaminato il tutto, ci hanno comunicato che ci credevano, ero una “immigrata per amore” legittima. Nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata residente australiana.

Ho cominciato ad insegnare italiano agli adulti. Mai insegnato in vita mia ma per il solo fatto che fossi italiana “appena arrivata” meritavo il titolo di insegnate. I mie studenti mi adoravano, non so’ bene se per le mie doti di insegnate o per il mio “cute accent” e ben presto mi ritrovai ad avere classi nelle maggiori scuole di lingua della città, più un bel numero di studenti privati. Oltre al “cute accent“, di cui avrei volentieri fatto a meno, devo ammettere che portavo alle mie classi un grande entusiasmo e passione che ben rappresentavano quegli aspetti tanto amati del carattere italiano.

Ogni venerdì mi ritrovavo con le mie amiche italiane, anche loro insegnanti. Pranzavamo da Brunetti, il bar italiano per eccellenza, o al vicino “club dei pensionati”, dove un gruppo di simpatici signori si riunivano per mangiare polenta e baccalà e giocare a carte. Ci avevano accolto a braccia aperte, dividendo con noi perle di saggezza e storie dei “vecchi tempi”. Eravamo in tre e in meno di un anno il nostro rapporto era diventato più simile a quello tra sorelle che amiche. Eravamo le nuove leve dell’immigrazione italiana, avevamo studiato e non avevamo vissuto la guerra. Eravamo a Melbourne per scelta e non per bisogno. Il nostro accento era un vantaggio, non un ostacolo.

C’era una netta distinzione tra “noi” e “loro”. Trovare “uno di noi” era cosa rara e preziosa e voleva dire ampliare il nostro piccolo gruppo, organizzare un picnic per celebrare l’incontro, ridere come bambini parlando di Carosello.

Ieri sera sono andata all’Opening Night Gala del film festival italiano. “Da quanto vivi in Australia?” ho chiesto a un ragazzo con cui stavo chiacchierando, “4 anni”, risponde lui, “Appena arrivato!”, dico io. Il suo sguardo stupito conferma quello che cominciavo a sospettare, sono qui da troppo tempo se 4 anni mi sembrano pochi. Non sono più nel gruppo, sono diventata una di “loro”.

Le strade di Melbourne sono piene di ragazzi che parlano italiano, istintivamente vorrei attaccare discorso, come ai vecchi tempi, ma ho imparato che non funziona così. Le nuove leve dell’immigrazione italiana sono venute con visti da studenti, dividono appartamenti nella city e sono in costante comunicazione con l’Italia. Hanno blogs, podcasts e pagine Facebook, sono sicuri ed intraprendenti.  Non hanno bisogno di sentirsi “sorelle” perché per loro il distacco e’ molto meno definitivo. In un certo senso si sono portati dietro l’Italia.

Il post di Claudia mi ha stupita ed amareggiata, la mancanza di solidarietà che ha descritto mi era del tutto nuova e mi ha fatto sentire come mia nonna, pensando: ai miei tempi l’arrivo del visto di un’amica rappresentava motivo di festeggiamento!

Mi piace pensare che ci sia ancora spazio per solidarietà tra italiani vecchi e nuovi e che, come noi con il “club dei pensionati”, si possano trovare opportunità di confronto e sostegno.

 

 

 

 

Vientiane: Then and Now

A few months ago Paola offered me and the rest of the Expatclic team the opportunity to take part in one of her travel writing workshop. I like to write and I love to travel so I took her up on her generous offer and started on this exciting journey. The aim of the course was to write a travel article to enter in a writing competition. I have never entered a writing competition and I have to admit that the concept was, and is, a bit scary. In an effort to get out of my comfort zone I took on the challenge I loved every step of the process.

Before starting with the writing we had to do some reading. Although I have always been an avid reader, I never paid much attention to the different styles. Under Paola’s attentive direction I learned how to read critically and started to see the difference between show and tell. 

Then came the second, more challenging part, writing my story!

Having just got back from Thailand and Laos, where I hadn’t been for 25 years, I chose to write about Vientiane, using a “before and after” angle. 

I immediately realised, with Paola’s discreet prompts, that I used too many words. No surprise there, I have been told once or twice that I am a tad verbose! I had to start cutting down and dig in the meander of my mind for interesting a descriptive words, in English of course!

This was just the beginning of learning to write in a new style, putting myself in the reader’s mind, all the while staying true to myself.

Then there was the memory part that, for a nostalgic like me, is always ridden with emotions. I looked at old photos, read old diaries, searched deeply for special moments and wrote about them.

Well, there is a lot more I could write about the process of writing, but this was to be only an introduction to my big announcement and I am already approaching the 400 words!

I am very excited to announce that, with Paola’s wonderful advice and support, I managed to write an article that made it to the top ten in the I Must Be Off! Travel Essay Contest. The winners will be announced on September 30 but for now my story has been published and this is so much more that I expected. 

Here is “Vientiane: Then and Now”.

Please go and have a read and tell me what you think. Any hits and comments on the website will help my story towards the Readers’ Choice award, even negative comments count, so please be honest!

Then...

Then…

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…and now!

Di scuole femminili e tempi che non cambiano

Quando ero bambina nella mia ridente cittadina ligure c’erano due possibilità educative: una, era la scuola statale e l’altra, la scuola “dalle suore”. Nel mio caso fu scelta la seconda opzione e cominciai l’asilo all’Istituto Sant’Anna, dove rimasi fino alla fine delle medie. Ma oltre alla mia scuola cattolica mista c’era, dall’altra parte della strada, la scuola cattolica femminile. Pur vivendo in un paese piccolo non ricordo di aver mai conosciuto nessuna bambina che andava alla scuola “di solo femmine”. Tra noi studenti di Sant’Anna si parlava con un misto di commiserazione e disdegno di quelle bambine obbligate a vivere in un mondo innaturale, come una scuola senza maschi.

Queste chiacchiere e pettegolezzi avvenivano nei primi anni ’70, in un paesino di provincia, per cui potete immaginare la mia sorpresa quando, nel 1996, mi ritrovai a sentire donne della mia eta’ proclamare i benefici di una scuola tutta femminile, in una grande città cosmopolita.

Julia aveva pochi mesi e come ogni settimana mi ritrovavo con un gruppo di mamme, e qualche sporadico papa’, per condividere i progressi dei nostri piccoli e trovare consolazione e sostegno dopo un’altra notte insonne. Fu durante una di queste chiacchierate mattutine che l’argomento “scuola single-sex” venne tirato in ballo per la prima volta. Io sedevo nel mio angolo e mi tornavano alla mente immagini di bambine tristi e pallide (si, nella mia immaginazione le bambine “dall’altra parte” erano sempre tristi e pallide. Come se oltre ad essere private della compagnia maschile, venisse loro negato anche il piacere del sole ligure!) e non riuscivo a capacitarmi di come, in questa città così all’avanguardia, qualcuno potesse considerare una tale possibilità.

Donne con le quali avevo diviso quei primi mesi della mia avventura di mamma, mi mostravano un aspetto della vita nel mio paese d’adozione che, fino a quel momento, avevo completamente ignorato. Per la prima volta mi sentivo davvero “straniera” perché i loro ragionamenti pro scuola “single sex” erano concetti che mi risultavano completamente   sconosciuti e che rimbalzavano nel mio cervello senza trovare un appiglio. Non presi parte a quella prima discussione ma da allora ho avuto innumerevoli conversazioni e combattuto a spada tratta a favore delle scuole miste!

Ciclicamente appaino articoli sul giornale che ci rifilano i risultati di una nuova ricerca sui pro e contro in entrambi i campi e, ciclicamente, mi rendo conto che queste ricerche non propongono nulla di nuovo. Per me rimane sempre e solo il fatto che viviamo in un mondo “misto” e voglio offrire l’opportunità alle mie figlie di imparare a cavarsela, in questo mondo, il prima possibile!

Se devono combattere in un mondo “al maschile” e’ importante che conoscano il loro avversario, e prima cominciano, meglio e’. Impossibile negare che il mondo in cui viviamo e’ ancora dominato dall’uomo e immagino che nelle classi i ragazzi facciano in modo di avere il sopravvento. Ed e’ qui che, spero, le mie figlie abbiano l’occasione di imparare ad affrontare e sormontare questi soprusi. Che senso ha farle crescere in un mondo irrealistico per poi gettarle in pasto ai lupi a 18 anni? 

Julia ha finito la scuola l’anno scorso e ho avuto modo di paragonare la sua esperienza accademica e sociale con quella di due amiche d’infanzia, entrambi frequentatrici di una scuola femminile. Questi sono i risultati della mia ricerca!

Dal punto di vista accademico Julia, che e’ sempre stata molto timida e introversa, ha avuto risultati migliori di quelli delle sue amiche. Le ragazze sono cresciute insieme, sono tutte molto coscienziose e studiose, con genitori attenti e presenti e opportunità molto simili. Il fatto di andare ad una scuola invece di un’altra non ha avuto nessuna conseguenza sui risultati.

Dal punto di vista sociale, i sostenitori del movimento “single sex” affermano che arrivati all’adolescenza essere in presenza dell’altro sesso distrae dallo studio.

Mi piace pensare che le mie figlie possano scegliere come mettersi in relazione con l’altro sesso e, nonostante abbiano approcci molto diversi, nessuna delle due ha mai manifestato segni di “distrazione”.  E siamo in piena adolescenza e subbuglio ormonale! Sofia non ha mai fatto differenza tra amicizie maschili o femminili, mentre Julia, fino ad un paio di anni fa, ha sempre optato per amicizie femminili. Dopo anni di contatto giornaliero,  oggi e’ perfettamente a suo agio anche con i ragazzi. Nel suo caso frequentare una scuola mista le ha fornito le risorse per superare la sua timidezza con l’altro sesso e questo l’aiuterà sicuramente all’università e nel mondo del lavoro.

Anche dal punto sociale, quindi, la scelta di una scuola mista non ha portato alle mie figlie nessuno svantaggio.

Che dire, risultati positivi in entrambi i campi. Nel grande dibattito “single-sex vs co-ed le scuole miste a casa nostra vincono a pieni voti!

Leggendo su internet ho scoperto che l’Australia e’ uno dei pochi paesi dove questo sistema riscontra ancora parecchio successo. Nonostante molte scuole maschili siano state convertite in scuole miste, le scuole femminili sono ancora molto numerose e ben frequentate.

Come avveniva con le bambine della scuola di fronte, le ragazze delle scuole femminili in genere non socializzano con quelle delle scuole miste e, a volte, mi  pare di cogliere un leggero tono di commiserazione e disdegno nei discorsi delle mie figlie e dei loro amici. Ed ecco dove Melbourne 2015 e Vallecrosia ca. 1970 hanno qualcosa in comune!

Our made up wedding

IMG_4202When Nigel and I decided to get married, in my mind I knew exactly what I wanted: a beautiful summer day, lovely little church in my dad’s village, service with meaningful words in both english and italian, family and friends from all over the worlds gathered around us, music, good food…simple and effective!

Of course in those pre-internet days organising intercontinental weddings had its challenges and my dream wedding was perhaps less simple then I expected.

I decided to overcome the first obstacle by choosing to have the reception at my parents farm and letting my mother organise the perfect wedding lunch, involving all the cooks in the village, all somehow related to our family! It was going to be a small affair so I knew it shouldn’t have been too stressful and I trusted her with food!

My task was to find a way to organise the ceremony and this, as it happens, was not very straightforward.

Getting married in a garden, a boat, a beach was a concept totally foreign to me, until I arrived in Melbourne, where all this was possible! The option of having a celebrant to marry you wherever you like was wonderful and, before I knew it, I started fantasising!I I had in mind the lovely little church in the country but somewhere dear to me was going to be just as magic. Vallecrosia’s Comune was not that place and I new it.

IMG_4203But Nigel is jewish and the idea of the little church soon became obsolete.

In the absence of emails I had to resort to the good, old phone. I called the priest from my parents’ parish. I explained in very few words (in those days talking to Italy cost 1 dollar per minute, I had to be brief!) our situation and Don Agostino was almost as excited as I was, he loved the idea of performing an interfaith marriage! He told me that, to be married in a church Nigel would need to sign a form declaring he would bring up his children as catholic. No signature, no church! Don Agostino reassured me that it was just a formality and our children could have been brought up however we wanted. I am sure the bishop wouldn’t have approved but his relaxed approach worked for me and I knew instantly that he was the right person for the job!

Nigel, on the other hand, was outraged by the priest’s lack of integrity and he adamantly refused to sign any such declaration. A different cultural approach: Italian completely relaxed, and even a little thrilled, about breaking the rules, Australian shocked by such suggestion!

On my second call I told the priest that Nigel would not sign and he congratulated me for having chosen such a righteous man.

Nothing could dishearten us and we went on to the second option: somewhere just as magic!

We decided that we could have the ceremony in my parents farm, where we were going to have the wedding reception. Don Agostino loved the idea, at this stage he was really getting into the groove, and he told me that, as a formality (another one!)he had to speak to the bishop but he was sure it wouldn’t have been a problem.

IMG_4181This time it was the bishop to be outraged by such proposal! Don Agostino and I were not discouraged and he came up with an idea: he would perform the wedding wherever we wanted, we could write our own service and we could go to the local town hall to sign the papers.

And this is what we did. My mum organised the food, my auntie the flowers, my cousin the music and my uncle the photographs. A true family affair! Don Agostino ran the service and he promised he would not mention Jesus! He was true to his word, even though the jewish part of the family did not speak italian. We wrote our own vows and our friends and family read meaningful poems and psalms, in italian and english. At the end of the ceremony we stepped on a glass, like in all good jewish wedding. And we were married!

In fact we weren’t. We ate delicious food, spent time with people we love, cried and laughed, danced all night. A truly perfect wedding day but at the end of it we weren’t really married. For that we had to wait a few more days when, with a couple of witnesses, we went up to the soulless Comune di Vallecrosia where we signed our papers.

It might not have been that simple, but it certainly was effective! It was a special day and, most of all, it was completely our. IMG_4204

 

 

 

 

Non voglio favori, grazie!

IMG_2168L’ultima volta che sono andata al consolato italiano a Melbourne ho descritto la mia esperienza in inglese. Questa volta sento il bisogno di sfogarmi nella lingua madre perché so’ che solo in italiano potrò esprimere la mia frustrazione e solo gli italiani potranno comprenderla.

Questo e’ un post di sfogo, anche se vorrei poter fare una denuncia ufficiale ad un sistema che tratta i cittadini senza nessun rispetto. Poi, come tutti gli italiani, mi rassegno e dico (e me ne vergogno): questo e’ il sistema e non si può fare nulla per cambiarlo.

E’ davvero impossibile cambiare le cose? L’Italia sta andando a rotoli ed e’ risaputo. Ma perché i cittadini accettano senza dire nulla? Poi ricevo una telefonata da un impiegato del consolato e mi rendo conto di essere completamente impotente di fronte ad un sistema che non riesco a comprendere. Provo timidamente a ribellarmi, ma non ottengo assolutamente niente. Finisco la telefonata amareggiata e furiosa e con la sensazione di aver parlato al classico muro. Le mie parole sono scivolate e cadute senza venire in nessun modo assimilate.

Impiegato: “Buongiorno! Telefono dal consolato per confermare il suo appuntamento di domani”

Barbara: “Grazie. L’appuntamento e’ per mia figlia, per un passaporto.”

Ottimo inizio direi. L’impiegato e’ gentile e anche spiritoso. Scambiamo qualche battuta e per finire mi dice: “Bene, ci vediamo domani alle 9.”

L’appuntamento, preso circa un anno fa (tale e’ la lista di attesa per fare un passaporto), era per le 11.30 e lo dico al gentile signore.

Impiegato: “Si, ma voglio farle un favore e glielo sposto alle 9 così fa più in fretta.”

Vuole farmi un favore non richiesto e lo ringrazio ma, visto che l’appuntamento era alle 11.30 e per noi andava bene così, ci siamo organizzate la giornata. Dico al signore che non importa, alle 11.30 per noi va benissimo.

Impiegato: “Ma sa, se viene alle 11.30 non uscirà prima delle 2.30, mentre venendo presto…”

Barbara: “Guardi, mia figlia si e’ già organizzata ed ha una colazione con un’amica…”

Perché sento il bisogno di dargli spiegazioni? Non voglio un favore, sono contenta con il mio orario, ho tempo da perdere…ma le mie difese stanno crollando e sento di dovermi giustificare.

Impiegato: “Allora un cappuccino e’ più importante di un passaporto?!”

Di fronte ad una simile dichiarazione sento un’esplosione di rabbia. Come si permette? Mantengo la calma e dico che non voglio cambiare l’appuntamento, che ho messo in conto di perdere la giornata al consolato e non mi importa se devo rimanere li tutto il giorno.

Impiegato: “Perché vuole fare la difficile! Venga alle 9.30!”

A questo punto mi sento sconfitta. Perdo la forza di spiegarmi, non voglio fare la difficile, pensavo di semplificare le cose dicendo che non mi importa aspettare…ma sono consapevole che spiegare non serve a niente.

Se voglio cambiare l’appuntamento il prossimo posto disponibile e’ il 15 dicembre 2016. Accetto “il favore” e sta mattina alle 9.30 varchiamo la soglia del consolato.

Davanti allo sportello ci sono circa dieci persone. Dall’ultima visita ricordo che chi ha l’appuntamento non deve mettersi in coda ma annunciarsi direttamente. Vedo un avviso sul muro che conferma la procedura. Avviso in italiano e inglese che non lascia ombra di dubbio. Vado allo sportello e dico che il mio appuntamento e’ alle 9.30. L’impiegato mi ride in faccia e mi dice di tornare in coda, che tutti hanno l’appuntamento, e chi sono io per passare davanti!

Un signore con il figlio che non si erano messi in coda perché avevano letto l’avviso ascoltano lo scambio e vengono a mettersi dietro di noi. Anche lui era venuto sei mesi fa per fare il suo passaporto e non aveva dovuto fare la coda. Entrambi leggiamo il foglio sul muro che evidentemente non ha nessuna importanza. Ridiamo!

Arriva il nostro turno. Abbasso lo sguardo sulla lista degli appuntamenti e vedo che il nostro e’ alle 11.30.

Barbara: “Scusi, a che ora e’ l’appuntamento?”

Impiegato: “E’ alle 11.30, e’ in anticipo, visto che sono solo le 9.30, dovrà aspettare un po’…”

Ovviamente non gli do il tempo di continuare. Respiro profondamente perché mi sono ripromessa di stare calma, anche se sento che le mie risorse si stanno esaurendo.

Barbara: “Ho ricevuto una telefonata ieri dicendo che dovevo venire prima. Ho cercato di lasciare l’appuntamento alle 11.30 ma non mi e’ stato possibile.”

Ovviamente non ho preso il nome dell’impiegato, ma saprei riconoscerlo perché e’ lo stesso che ha fatto il mio passaporto qualche mese fa.

Impiegato: “Un attimo, vado a chiedere!”

Torna dicendo che “ha trovato il colpevole” e Julia potrà entrare in pochi minuti.

Mi chiedo cosa sarebbe successo se non avessi detto nulla. Ovviamente il tipo di ieri ha cambiato l’appuntamento senza dirlo a nessuno e nei documenti ufficiali e’ rimasto alla stessa ora.

Una coppia aspetta di essere chiamata. Cominciamo a parlare e anche a loro e’ successa la stessa cosa, il loro appuntamento e’ stato cambiato all’ultimo momento. Ma, al contrario di me, non hanno controllato che fosse stato cambiato sul foglio ufficiale e ora aspettano. Quando racconto la mia esperienza la signora va allo sportello a cercare di accelerare le cose. Ma forse per loro e’ troppo tardi, hanno perso il posto nel sistema non sistema e tocca aspettare.

Ora mi chiedo, perché invece di metterlo sotto forma di “favore” l’impiegato non mi ha semplicemente detto: “Scusi, le sarebbe possibile cambiare il suo appuntamento alle 9” offrendo un qualsiasi motivo personale o professionale. Non sarei stata difficile e avrei di buon grado accettato il nuovo orario, cambiando i miei piani. Ma e’ questo modo di porsi, di farti sentire “in dovere” verso un burocratico che ti offre qualcosa su un piatto d’oro, che tu non hai chiesto, che mi lascia amareggiata e delusa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A beautiful Sunday in Melbourne/ Una meravigliosa domenica a Melbourne

Today the sun was shining and the air was crisp, perfect day to go and explore Melbourne, I thought! My idea was welcomed by the entire family and within a few minutes we were in the heart of the city. I sometimes forget what a vibrant and beautiful city Melbourne is. “You look like a tourist”, Julia said. I am a european snob and I realise that I don’t appreciate Melbourne as I should. So why not look at it through the eyes of a tourist? We had yum cha in China Town and then walked up Swanston St. I looked up at the buildings, old churches and modern skyscrapers, creating a charming contrast against the blue sky. Flower beds around the town hall added colour and life to the grey of the street. Today is Refugee Day and the city was celebrating. Wonderful to see and be part of it! We headed to Federation Square, so quintessentially australian and buzzing with life. We looked at some pictures of Australian painters in the Ian Potter Gallery and I stopped in front of an image of a pioneer woman. Her face is sad and thoughtful. How hard it must have been for her, in this far away and inhospitable land. I thought of her and of the refugees. I thought of me and how easy it was to get here, how lucky I am.

Oggi era una splendida giornata d’inverno. Il sole splendente e l’aria frizzante, ideale per esplorare Melbourne! La mia idea e’ stata ben accolta da tutta la famiglia e in pochi minuti eravamo nel cuore della città. Tendo a dimenticare che città vivace e meravigliosa e’ Melbourne. “Sembri una turista!” Mi ha detto Julia. Sono una snob europea e mi rendo conto che spesso non apprezzo Melbourne come dovrei. Così decido di guardarmi intorno con gli occhi di una turista. Abbiamo mangiato ad un ristorante in China Town e poi abbiamo risalito Swanston St. Guardavo gli edifici, vecchie chiese e grattacieli moderni, creano un piacevole contrasto contro il blu del cielo. Aiuole fiorite vicino al municipio aggiungono colore al grigio della strada. Oggi e la Giornata del Rifugiato e la città era in festa. Meraviglioso essere parte di questi festeggiamenti. Abbiamo continuato fino a Federation Square, così essenzialmente australiana e piena di vita. Abbiamo guardato qualche quadro nella Galleria Ian Potter e mi sono fermata davanti all’immagine di una donna pioniera, il volto triste e pensieroso. Quanto doveva essere difficile per lei in questa terra lontana e inospitale. Ho pensato a lei e ai rifugiati. Ho pensato a me e a com’e’ stato facile arrivare qui. Ho pensato a quanto sono fortunata.