Australia Day? No grazie

Ho fatto una pausa e ritorno in questa strana giornata, di festa e di lutto: Australia Day/Invasion Day.

Australia

Australia Day – il sogno australiano

Siamo dall’altra parte del mondo e probabilmente non molti sanno che il 26 gennaio e’ la festa nazionale australiana. E perché siamo dall’altra parte del mondo, benché sia gennaio, e’ estate. Si celebra nei parchi e sulle spiagge, la cultura australiana in tutto il suo splendore e amore per la vita all’aria aperta: birra, salsicce sul barbecue, football, picnic.

Perché il 26 gennaio? Il 26 gennaio 1788 la prima flotta britannica sbarca a Port Jackson (Sydney). Mentre per gli invasori europei questa data rappresenta un’altra conquista coloniale, per la popolazione aborigena locale e’ l’inizio di un susseguirsi di conseguenze disastrose.

Il governo Britannico dichiara la nuova colonia terra nullius (terra di nessuno) e il massacro comincia.

Non c'e' orgoglio nel genocidio

Non c’e’ orgoglio nel genocidio

Nel 1838 il giornale Sydney Monitor scrive: e’ stato deciso di sterminare tutta la razza nera in quel quartiere”, cioè la popolazione Darug che viveva sulle rive del fiume Hawkesbury, non lontano da Sydney. La popolazione locale, senza armi da fuoco, combatte eroicamente.

Tra il 1788 e il 1920 la popolazione aborigena scende da 750.000 a 60.000, causa violenza e malattie.

Tra il 1890 e il 1960 migliaia di bambini vengono rimossi dalle loro famiglie e messi in “missioni” o dati in affido a famiglie bianche. Lo scopo di queste rimozioni forzate era quello di distruggere la cultura aborigena e promuovere quella europea.

In uno dei paesi più sviluppati e privilegiati del mondo, ancora oggi meta’ degli uomini  aborigeni e più un terzo delle donne muoiono prima dei 45 anni. La durata media della vita  tra la popolazione aborigena e’ dieci anni inferiore a quella non aborigena.

Mi dicono che in un non lontano passato Australia Day passava quasi inosservato. In effetti il 26 gennaio veniva celebrato solo in New South Wales, per marcare l’anniversario del primo sbarco. Solo nel 1931 diviene festa nazionale e prende il nome di Australia Day, e dal 1994, con l’istituzione del premio “Australian of the year” comincia ad acquistare maggior importanza.

Manifestazione Invasion Day

Manifestazione Invasion Day

L’Australia ha tante cose da celebrare ed e’ bello vedere gente felice per le strade, non dover andare a lavorare in un bellissimo martedì di sole, godersi una giornata distesi sull’erba. Ma il calendario e’ pieno di date, pieno di giorni che vorrebbero essere di festa. Questa data, purtroppo, porta con se tanto dolore.

Guardo la gente radunata nei parchi a bere e le bandiere che sventolano sulle case e sento la rabbia salirmi addosso. Non posso godermi questa giornata di festa. Non posso accettare queste celebrazioni, non posso tollerare questa mancanza di consapevolezza e di sensibilità.

Oggi in tutta l’Australia si sono svolte delle manifestazioni per ricordare lo sbarco della prima flotta e la susseguente distruzione della popolazione aborigena. A Melbourne c’erano tanti ragazzi ma anche tante mamme, tanti giovani hippy ma anche tanti signori “di una certa eta'”, tanti aborigeni ma anche tanti bianchi, tanti australiani ma anche tante altre nazionalità. E per la prima volta questa giornata ha avuto un significato.

Penso sia importante ricordare anche questo aspetto dell’Australia. A chi interessa saperne di più, suggerisco alcuni articoli.

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Riflessioni a due

Questa mattina mi sono svegliata e ho trovato due messaggi su WhatsApp. Amiche lontane che pensano a me, come sempre felice di leggere i loro nomi sullo schermo. Dopo una notte quasi insonne, a preoccuparmi per il viaggio imminente, avevo bisogno delle loro parole.

Uno di questi e’ pero’ un messaggio a catena, di quelli che a volte mi fanno sorridere mentre in altre occasioni lasciano il tempo che trovano.

Il titolo ha attirato la mia attenzione:

AUSTRALIA DA LEZIONE DI CIVILTA’ A TUTTO L’OCCIDENTE

Purtroppo aprendolo non mi aspettavo nulla di buono. La politica australiana sull’immigrazione e’ spesso citata da movimenti di destra europei come esempio di civiltà e, mi e’ capitato di leggere post di apprezzamento condivisi da amici su Facebook.

La prima cosa che mi e’ saltata all’occhio e stata quella della provenienza del messaggio, apparentemente un discorso del primo ministro australiano, John Howard. Sta di fatto che  il primo ministro australiano e’ Malcom Turnbull. John Howard e’ stato in carica dal 1996 al 2007 ed e’, fra le altre cose, tristemente famoso per la controversia dei Children Overboard, quando nel 2001 il governo Howard accuso’ ingiustamente un gruppo di rifugiati di aver buttato i bambini in mare per garantirsi l’entrata in Australia. Insomma, un bell’esempio di civiltà!

Ho avuto modo di discutere il messaggio con Lorenzo, mio cugino di 17 anni, italiano e al momento ospite a casa nostra. Anche lui aveva trovato questa perla di saggezza che lo  aspettava al risveglio e, la sua indignazione e’ cresciuta, quando gli ho detto dell’errore iniziale nel citare il primo ministro australiano. Tornando a casa con l’intenzione di scrivere un post sull’argomento, pensate alla mia gioia (e orgoglio di mamma/cugina!) quando Lorenzo mi ha annunciato di aver fatto qualche ricerca in proposito. Gentilmente ha accettato la mia proposta di pubblicare quello che aveva scritto nel mio blog, in una specie di post a due mani. Ed eccolo qui:

Dopo gli attentati di Parigi il web, come ci si poteva aspettare, ci ha preservato un’infinità di commenti, pensieri, opinioni a riguardo che possono essere condivise o non condivise; una questione di idee nella quale non voglio entrare in merito, un po’ perché chi mi conosce sa come la penso e un po’ anche per mia disinformazione riguardo a TUTTI i fatti collegati in qualche modo a Parigi che fanno parte di un grande insieme. A mio parere, pero’, se questo argomento dovesse essere approfondito, credo debba essere fatto con le giuste basi. Il motivo che mi ha spinto a scrivere oggi, è il fatto che e’ ormai sempre più facile spargere notizie spesso approssimative o addirittura, come in questo caso, del tutto false. 

Post come questi suscitano nelle tante persone che seguono questa ideologia politica un sentimento di condivisione, musica per le orecchie. Il peccato e’ che sia solo una GRANDE BUFALA. Innanzitutto il PRIMO MINISTRO australiano è Malcolm Turnbull e non John Howard, il quale è stato in carica dal 1996 al 2007; ma la più grande idiozia è la storia di questo articolo, che non è stato scritto dall’ ex Primo Ministro, ma viene attribuito ad un cittadino americano ed e’ stato pubblicato su un giornale locale chiamato Bartow Trader, dopo la strage delle Torri Gemelle nel 2001. 

Questa bufala era tra l’altro già stata pubblicata su Facebook nel 2010 e riappare ora di nuovo. Quindi per concludere, quando dobbiamo pubblicare qualcosa sui social network  informiamoci, e se non abbiamo voglia di informarci facciamo anche bene a lasciare perdere evitando brutte figure.

Ringrazio Lorenzo per queste chiarificazioni e riprendo la parola.

GLI EMIGRATI NON AUSTRALIANI DEVONO ADATTARSI

Continua il messaggio. E qui mi sento immediatamente tirata in causa, da brava immigrata non australiana che, non sempre, si adatta. Cominciando dalla lingua, l’inglese sarà pure la mia seconda lingua o lingua adottiva, ma la mia lingua madre e’, e resterà sempre, l’italiano. In casa mia e’ anche la lingua parlata in maggioranza, con la mia parlantina tengo alta la presenza linguistica in famiglia!

Lavoro con un gruppo di anziani italiani, arrivati in Australia nel dopoguerra. Alcuni di loro, pur vivendo a Melbourne da più di 50 anni parlano un inglese molto stentato. Ogni giorno osservo con gran tenerezza e rispetto come si sforzano di comunicare con le assistenti e, nonostante la lingua, a me pare facciano parte della società, benché non abbiamo fatto propria la lingua.

Non voglio polemizzare sul fatto della religione e passo al prossimo punto:

QUESTO E’ IL NOSTRO PAESE; LA NOSTRA TERRA E IL NOSTRO STILE DI VITA

Dopo più di vent’anni mi piace pensare che l’Australia e’ anche un po’ il mio paese e trovo alquanto offensivo il tono di questa affermazione. Non mi piace il possessivo  “nostro”, rivolto ad un paese che, molto tristemente, e’ stato strappato alle popolazioni indigene che abitavano questa terra. L’arroganza di queste parole “vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo” mi fa rabbrividire.

Se non siete felici qui, allora PARTITE

Qui l’ignoranza supera davvero ogni limite. Per molti immigrati, come me ad esempio, partire e tornare al nostro paese e’ un diritto del quale possiamo usufruire in ogni momento della nostra vita. Ho la fortuna di poter pagare il notevole costo di un volo ma soprattutto il mio paese e’ pronto ad accogliermi a braccia aperte (beh, almeno quelle della mia mamma!) ad ogni mio arrivo. Questa fortuna non me la sono guadagnata con grande lavoro e sudore, ma mi e’ capitata semplicemente perché sono nata dalla parte “giusta” del mondo.

Effettivamente non dovrei prendere questo messaggio troppo sul personale. Il fatto che non e’, dopo tutto, scritto da un primo ministro australiano ed e’ rivolto solo agli immigrati “musulmani” dovrebbe bastare per rassicurarmi e confermare che sono una immigrata “buona”. Purtroppo non e’ così. Questo messaggio mi ha ferito profondamente, il fatto che persone che amo e rispetto sentano il bisogno di condividere l’odio che viene fuori da queste parole mi rattrista e mi lascia un senso di smarrimento forse ancora più forte degli atti terroristici degli ultimi giorni.

 

For Paris, my heart is aching.

IMG_2176Paris is in my heart. It has been there for so long, I hardly remember a time when it wasn’t. I walked off the train in Gare de Lyon, I was 19 years old, carrying a big pack on my back, I felt strong and free. Finally stepping in the world, Paris caught me in its embrace and never let me go.

I went back after a couple of years, planning to stay forever, even though, at 21, forever is never very long. It was a bitter winter but I learned to love the cold. Our one room studio was dark and small, but I can only remember light and space. And then there were the people. New people appearing in my life, turning into friends, becoming important, opening my eyes, while Paris watched and smiled.

Whenever I go back to Europe, I make sure I can step off the train in Gare de Lyon and every time I feel 19 again, excited and full of hope. I am back, happiness in my heart.

On Thursday I’ll be flying To Paris, arriving at Charles de Gaulle airport. Sofia will be spending a month in Paris, in “my” Paris and I hope it will take over her heart, become that place where it all started. I want her to have a memorable time and come home with her own Paris’ stories. As the date draws closer, I have been getting very excited.

IMG_2659And then it all changed. It started when I read a friend posting on Facebook, to someone living in Paris, “Are you ok?”. In the past few years I have become suspicious of such harmless enquiry. I immediately think: something has happened. But I don’t like this new way of being, this fear that creeps up and makes me look for bad news. I ignored my uneasiness. It was Sofia who told me and I could not ignore it anymore. It was Paris, again.

I feel heavy and confused. I want to know, but I don’t want to know. I want my girls safe by my side, but I want to let them go. I want to be in Paris, but I don’t want to be there.

My girls are starting their life in the world, they are leaving the nest, spreading their wings. I am cherishing every moment of their new found independence, even the fear in seeing them go. But then this happen and is so real, so close, so ultimate and I am questioning everything.

We have to wait and see. It’s all so raw and there is no need to make a decision quite yet.

I am not worried about terrorist attacks. Since 9/11 I am so used to worry, every time I catch a plane, every time I am in a busy street or at a big event. But the worry doesn’t worry me anymore. It’s just part of me and I accept it a move on. I have decided that I am not stopping what I love doing, I have become quite fatalistic and I know I can’t escape when my time will come.

Arriving in a city in mourning, leaving Sofia surrounded by sorrow and pain and not being there to hold her and guide her through it. These are my concerns. I feel that I should be more concerned about her physical safety, that I shouldn’t impose my fatalistic view of the life on her.

My heart is aching, for Paris and for humanity.

Noi e loro

IMG_4454Sono arrivata a Melbourne con un visto Class 100 Resident, il 14 luglio 1992. Il secolo scorso, sono una vecchia immigrata, e’ ufficiale!

Per ottenere il visto come de facto, Nigel ed io abbiamo dovuto dimostrare di aver convissuto per 6 mesi, con testimonianze di amici e parenti, qualche foto, un conto in banca in comune e, per finire, un colloquio con l’immigrazione. Dopo avere esaminato il tutto, ci hanno comunicato che ci credevano, ero una “immigrata per amore” legittima. Nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata residente australiana.

Ho cominciato ad insegnare italiano agli adulti. Mai insegnato in vita mia ma per il solo fatto che fossi italiana “appena arrivata” meritavo il titolo di insegnate. I mie studenti mi adoravano, non so’ bene se per le mie doti di insegnate o per il mio “cute accent” e ben presto mi ritrovai ad avere classi nelle maggiori scuole di lingua della città, più un bel numero di studenti privati. Oltre al “cute accent“, di cui avrei volentieri fatto a meno, devo ammettere che portavo alle mie classi un grande entusiasmo e passione che ben rappresentavano quegli aspetti tanto amati del carattere italiano.

Ogni venerdì mi ritrovavo con le mie amiche italiane, anche loro insegnanti. Pranzavamo da Brunetti, il bar italiano per eccellenza, o al vicino “club dei pensionati”, dove un gruppo di simpatici signori si riunivano per mangiare polenta e baccalà e giocare a carte. Ci avevano accolto a braccia aperte, dividendo con noi perle di saggezza e storie dei “vecchi tempi”. Eravamo in tre e in meno di un anno il nostro rapporto era diventato più simile a quello tra sorelle che amiche. Eravamo le nuove leve dell’immigrazione italiana, avevamo studiato e non avevamo vissuto la guerra. Eravamo a Melbourne per scelta e non per bisogno. Il nostro accento era un vantaggio, non un ostacolo.

C’era una netta distinzione tra “noi” e “loro”. Trovare “uno di noi” era cosa rara e preziosa e voleva dire ampliare il nostro piccolo gruppo, organizzare un picnic per celebrare l’incontro, ridere come bambini parlando di Carosello.

Ieri sera sono andata all’Opening Night Gala del film festival italiano. “Da quanto vivi in Australia?” ho chiesto a un ragazzo con cui stavo chiacchierando, “4 anni”, risponde lui, “Appena arrivato!”, dico io. Il suo sguardo stupito conferma quello che cominciavo a sospettare, sono qui da troppo tempo se 4 anni mi sembrano pochi. Non sono più nel gruppo, sono diventata una di “loro”.

Le strade di Melbourne sono piene di ragazzi che parlano italiano, istintivamente vorrei attaccare discorso, come ai vecchi tempi, ma ho imparato che non funziona così. Le nuove leve dell’immigrazione italiana sono venute con visti da studenti, dividono appartamenti nella city e sono in costante comunicazione con l’Italia. Hanno blogs, podcasts e pagine Facebook, sono sicuri ed intraprendenti.  Non hanno bisogno di sentirsi “sorelle” perché per loro il distacco e’ molto meno definitivo. In un certo senso si sono portati dietro l’Italia.

Il post di Claudia mi ha stupita ed amareggiata, la mancanza di solidarietà che ha descritto mi era del tutto nuova e mi ha fatto sentire come mia nonna, pensando: ai miei tempi l’arrivo del visto di un’amica rappresentava motivo di festeggiamento!

Mi piace pensare che ci sia ancora spazio per solidarietà tra italiani vecchi e nuovi e che, come noi con il “club dei pensionati”, si possano trovare opportunità di confronto e sostegno.

 

 

 

 

A beautiful Sunday in Melbourne/ Una meravigliosa domenica a Melbourne

Today the sun was shining and the air was crisp, perfect day to go and explore Melbourne, I thought! My idea was welcomed by the entire family and within a few minutes we were in the heart of the city. I sometimes forget what a vibrant and beautiful city Melbourne is. “You look like a tourist”, Julia said. I am a european snob and I realise that I don’t appreciate Melbourne as I should. So why not look at it through the eyes of a tourist? We had yum cha in China Town and then walked up Swanston St. I looked up at the buildings, old churches and modern skyscrapers, creating a charming contrast against the blue sky. Flower beds around the town hall added colour and life to the grey of the street. Today is Refugee Day and the city was celebrating. Wonderful to see and be part of it! We headed to Federation Square, so quintessentially australian and buzzing with life. We looked at some pictures of Australian painters in the Ian Potter Gallery and I stopped in front of an image of a pioneer woman. Her face is sad and thoughtful. How hard it must have been for her, in this far away and inhospitable land. I thought of her and of the refugees. I thought of me and how easy it was to get here, how lucky I am.

Oggi era una splendida giornata d’inverno. Il sole splendente e l’aria frizzante, ideale per esplorare Melbourne! La mia idea e’ stata ben accolta da tutta la famiglia e in pochi minuti eravamo nel cuore della città. Tendo a dimenticare che città vivace e meravigliosa e’ Melbourne. “Sembri una turista!” Mi ha detto Julia. Sono una snob europea e mi rendo conto che spesso non apprezzo Melbourne come dovrei. Così decido di guardarmi intorno con gli occhi di una turista. Abbiamo mangiato ad un ristorante in China Town e poi abbiamo risalito Swanston St. Guardavo gli edifici, vecchie chiese e grattacieli moderni, creano un piacevole contrasto contro il blu del cielo. Aiuole fiorite vicino al municipio aggiungono colore al grigio della strada. Oggi e la Giornata del Rifugiato e la città era in festa. Meraviglioso essere parte di questi festeggiamenti. Abbiamo continuato fino a Federation Square, così essenzialmente australiana e piena di vita. Abbiamo guardato qualche quadro nella Galleria Ian Potter e mi sono fermata davanti all’immagine di una donna pioniera, il volto triste e pensieroso. Quanto doveva essere difficile per lei in questa terra lontana e inospitale. Ho pensato a lei e ai rifugiati. Ho pensato a me e a com’e’ stato facile arrivare qui. Ho pensato a quanto sono fortunata. 

Of memories, destiny and special places

In the summer of 1989 I was working in a bar on the beach in Italy, feeling a bit restless and wondering what to do next. The past 4 years had been nomadic and quite bohemian and I had loved every moment. Could I keep it up? Was it time to settle and start my life as an adult? I was 24 years old. My trusted companion G., who had followed me on many adventures, had fallen in love and moved to London and I was on my own. What to do?

A phone call came from an american boy I knew, one of those musicians I had met in my time in Paris, someone I wasn’t very close too but he was nice enough. He told me he was in Nice and was going to Thailand for a while. Did I want to go?

Although travelling to Asia had always appealed to me, thinking back I don’t know what pushed me to accept the offer to travel with an almost stranger to a wild and mysterious country. I had some money saved from my summer job and nowhere else to go. I guess this is how I made my decision and bought the ticket.

While I write and wander back to that time another question comes to my mind: Why did D. ask me to go? He was travelling with other musician friends so he did not need the company. I could think he possibly fancied me, but in the week we spent together, often sharing rooms, he never made a pass. And there was never any sexual tension between us.

Our little group left Rome and after a day in the Karachi’s airport hotel (very cheap flight, I guess!) we landed in Bangkok.

In those days I was an avid journal writer and many treasured memories are thoroughly annotated in my little books. So I know exactly when we arrived in Bangkok, on the 28th October 1989. I loved it: “everything is magic, the smiles of the people, the children’s waves, the smells, the incense sticks on house doors, the flowers. Like in a dream…” I write, with the enthusiasm and innocence of youth 😉

I wasn’t too impressed by the travellers in Khao San Road but I had to conclude that I was one of them, after all.

I certainly did have a very romantic nature and while I keep on reading my diary I spot this line: “Will I find the one that I am looking for?” I do not remember that my trip to Thailand was a quest for “the one”, but there we go…I am putting the pieces together 😉 Luckily I have written everything down!

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Here I am, happy and at home in Thailand!

Things between me and the musicians did not work out. I realised very quickly that we wanted different things from the experience and I decided I had to leave their destructive company. We had been in Thailand for one week and were now in Chang Mai. I considered my options.Was it time to go home?

While wondering the streets of Chang Mai, feeling a little bit lost and possibly looking it, I make a new friend. He is catching the night bus to Nong Khai, on the Laos border. He has an appointment to meet the love of his life, a girl he met for a couple of hours in some airport. He kindly invites me to travel with him there. I have never heard of “Laos” but it sounds exotic and I am a sucker for a good love story. I am off east!

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The mighty Mekong

Nong Khai 05.11.89 “I have arrived in the place I was looking for” I write. I might not have found “the one” but it’s a pretty good start! “The river is running slowly and quietly, I like to sit on one of the big bamboo chairs and watch it. I like the music in the background as I look to the other side. I like to think that life goes on and I have decided to take a break”. I had arrived at Mut Mee Guest House. The river is the mighty Mekong and the other side is Laos, so close and yet so far!

I was now officially a solo traveler. My Dutch friend had caught up with his sicilian beauty and they had gone off to start their life together and I felt ready to begin my own adventure. Mut Mee became my home. I travelled around Thailand and South East Asia, but, in the year I spent there, I always went back. Mut Mee was the place I was looking for. I made life long friends, ate lots of banana pancakes and pad thai, watched the Mekong and swam in it, worked and relaxed, smoked a few joints and drank the local whiskey, fell in love a couple of times and, finally, I met “the one I was looking for”. At the end of April of 1990 Nigel arrived at Mut Mee and the rest is history!

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27 March 1990

Why this trip down memory lane now? Well, tomorrow we are going back to Thailand and on Wednesday we will be in Mut Mee. I was there for my 25th birthday and on Friday I’ll be celebrating my 50th!

My life took a different turn in Mut Mee and it will always be a special place. I look forward to share it with our girls, they exist because of Mut Mee 🙂 I look forward to meet my old friends and have my beautiful neighbours with me on such an occasion. I look forward to create new memories!

 

 

Immigrant or expat?

I have always called myself an immigrant. For some reason being an “immigrant” in my eyes had a lot more depth then being an “expat”. Moving to another country as an “expat” felt like a less temporary decision and therefore, a lighter one. Being an “immigrant” gave me the right to carry my suitcase full of sorrows but also provided me a hint of extra courage. By being an “immigrant” I could identify with those first arrivals, coming off boats after days of travelling, carrying all their belongings and looking for a better future. The fact that I arrived with a backpack and after a 24 hours plane journey had little impact on the romantic view I had of myself.

When I started my support group on Meet Up I thought about what term to use: expat or immigrant. I finally decided to use “expat” for a purely “commercial” reason: I wanted to target people who did carry their sorrows but … in a luxury case! Expats who, potentially, could pay for my services as a counsellor. Unlike immigrants who possibly were struggling to make ends meet.

I admit I felt uneasy about my choice of word. In a way I felt I betrayed what I believed and created a group for people I did not relate too, people I could not identify with. I spent some time pondering on this issue and I decided that “labels” were never a good thing. It was best to leave it and take it for what it was, a meaningless word. In fact I thought of bringing the subject up with the group and use it as a topic to discuss in the future.

Then today this article comes up on my Facebook page and it forces me to look at that uneasy feel again and reflect on the fact that sometimes “labels” carry a lot more meaning that we give them credit for. More food for thought.