Riflessioni a due

Questa mattina mi sono svegliata e ho trovato due messaggi su WhatsApp. Amiche lontane che pensano a me, come sempre felice di leggere i loro nomi sullo schermo. Dopo una notte quasi insonne, a preoccuparmi per il viaggio imminente, avevo bisogno delle loro parole.

Uno di questi e’ pero’ un messaggio a catena, di quelli che a volte mi fanno sorridere mentre in altre occasioni lasciano il tempo che trovano.

Il titolo ha attirato la mia attenzione:

AUSTRALIA DA LEZIONE DI CIVILTA’ A TUTTO L’OCCIDENTE

Purtroppo aprendolo non mi aspettavo nulla di buono. La politica australiana sull’immigrazione e’ spesso citata da movimenti di destra europei come esempio di civiltà e, mi e’ capitato di leggere post di apprezzamento condivisi da amici su Facebook.

La prima cosa che mi e’ saltata all’occhio e stata quella della provenienza del messaggio, apparentemente un discorso del primo ministro australiano, John Howard. Sta di fatto che  il primo ministro australiano e’ Malcom Turnbull. John Howard e’ stato in carica dal 1996 al 2007 ed e’, fra le altre cose, tristemente famoso per la controversia dei Children Overboard, quando nel 2001 il governo Howard accuso’ ingiustamente un gruppo di rifugiati di aver buttato i bambini in mare per garantirsi l’entrata in Australia. Insomma, un bell’esempio di civiltà!

Ho avuto modo di discutere il messaggio con Lorenzo, mio cugino di 17 anni, italiano e al momento ospite a casa nostra. Anche lui aveva trovato questa perla di saggezza che lo  aspettava al risveglio e, la sua indignazione e’ cresciuta, quando gli ho detto dell’errore iniziale nel citare il primo ministro australiano. Tornando a casa con l’intenzione di scrivere un post sull’argomento, pensate alla mia gioia (e orgoglio di mamma/cugina!) quando Lorenzo mi ha annunciato di aver fatto qualche ricerca in proposito. Gentilmente ha accettato la mia proposta di pubblicare quello che aveva scritto nel mio blog, in una specie di post a due mani. Ed eccolo qui:

Dopo gli attentati di Parigi il web, come ci si poteva aspettare, ci ha preservato un’infinità di commenti, pensieri, opinioni a riguardo che possono essere condivise o non condivise; una questione di idee nella quale non voglio entrare in merito, un po’ perché chi mi conosce sa come la penso e un po’ anche per mia disinformazione riguardo a TUTTI i fatti collegati in qualche modo a Parigi che fanno parte di un grande insieme. A mio parere, pero’, se questo argomento dovesse essere approfondito, credo debba essere fatto con le giuste basi. Il motivo che mi ha spinto a scrivere oggi, è il fatto che e’ ormai sempre più facile spargere notizie spesso approssimative o addirittura, come in questo caso, del tutto false. 

Post come questi suscitano nelle tante persone che seguono questa ideologia politica un sentimento di condivisione, musica per le orecchie. Il peccato e’ che sia solo una GRANDE BUFALA. Innanzitutto il PRIMO MINISTRO australiano è Malcolm Turnbull e non John Howard, il quale è stato in carica dal 1996 al 2007; ma la più grande idiozia è la storia di questo articolo, che non è stato scritto dall’ ex Primo Ministro, ma viene attribuito ad un cittadino americano ed e’ stato pubblicato su un giornale locale chiamato Bartow Trader, dopo la strage delle Torri Gemelle nel 2001. 

Questa bufala era tra l’altro già stata pubblicata su Facebook nel 2010 e riappare ora di nuovo. Quindi per concludere, quando dobbiamo pubblicare qualcosa sui social network  informiamoci, e se non abbiamo voglia di informarci facciamo anche bene a lasciare perdere evitando brutte figure.

Ringrazio Lorenzo per queste chiarificazioni e riprendo la parola.

GLI EMIGRATI NON AUSTRALIANI DEVONO ADATTARSI

Continua il messaggio. E qui mi sento immediatamente tirata in causa, da brava immigrata non australiana che, non sempre, si adatta. Cominciando dalla lingua, l’inglese sarà pure la mia seconda lingua o lingua adottiva, ma la mia lingua madre e’, e resterà sempre, l’italiano. In casa mia e’ anche la lingua parlata in maggioranza, con la mia parlantina tengo alta la presenza linguistica in famiglia!

Lavoro con un gruppo di anziani italiani, arrivati in Australia nel dopoguerra. Alcuni di loro, pur vivendo a Melbourne da più di 50 anni parlano un inglese molto stentato. Ogni giorno osservo con gran tenerezza e rispetto come si sforzano di comunicare con le assistenti e, nonostante la lingua, a me pare facciano parte della società, benché non abbiamo fatto propria la lingua.

Non voglio polemizzare sul fatto della religione e passo al prossimo punto:

QUESTO E’ IL NOSTRO PAESE; LA NOSTRA TERRA E IL NOSTRO STILE DI VITA

Dopo più di vent’anni mi piace pensare che l’Australia e’ anche un po’ il mio paese e trovo alquanto offensivo il tono di questa affermazione. Non mi piace il possessivo  “nostro”, rivolto ad un paese che, molto tristemente, e’ stato strappato alle popolazioni indigene che abitavano questa terra. L’arroganza di queste parole “vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo” mi fa rabbrividire.

Se non siete felici qui, allora PARTITE

Qui l’ignoranza supera davvero ogni limite. Per molti immigrati, come me ad esempio, partire e tornare al nostro paese e’ un diritto del quale possiamo usufruire in ogni momento della nostra vita. Ho la fortuna di poter pagare il notevole costo di un volo ma soprattutto il mio paese e’ pronto ad accogliermi a braccia aperte (beh, almeno quelle della mia mamma!) ad ogni mio arrivo. Questa fortuna non me la sono guadagnata con grande lavoro e sudore, ma mi e’ capitata semplicemente perché sono nata dalla parte “giusta” del mondo.

Effettivamente non dovrei prendere questo messaggio troppo sul personale. Il fatto che non e’, dopo tutto, scritto da un primo ministro australiano ed e’ rivolto solo agli immigrati “musulmani” dovrebbe bastare per rassicurarmi e confermare che sono una immigrata “buona”. Purtroppo non e’ così. Questo messaggio mi ha ferito profondamente, il fatto che persone che amo e rispetto sentano il bisogno di condividere l’odio che viene fuori da queste parole mi rattrista e mi lascia un senso di smarrimento forse ancora più forte degli atti terroristici degli ultimi giorni.

 

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Discovering Melbourne, one basketball court at the time

I am not a keen driver and I don’t like sport. In particular I don’t like driving at night and sitting in cold (or very hot) venues watching people chasing a ball. How did I find myself spending all my friday nights driving around unknown outer suburbs, searching for basketball courts?

It is well known that Australians love their sports so it did not come as a surprise when my little Australian girl at the age of 8 decided to join her first basketball team. At first it all seemed pretty simple. Nigel loves his sport and he was going to look after this activity, enjoying every minute of it. For me going to the games was optional. I did sporadically attend and I loved watching my little one chasing a ball and occasionally catching it. I had no particular interest in the rules of the game although I was well aware that the aim of the game was to throw the ball in the basket. The extent of my technical knowledge ended there and I liked it that way.

Basketball champions! Their smiles makes it all worth it!

Basketball champions!

When Sofia started as well my attendance grew, but not my knowledge or my enthusiasm for the game itself. If my daughters were on the court I would try to watch but when they were on the bench I didn’t hesitate to find a welcome distraction in chatting and dreaming.

All this happened on Saturday, mainly in local courts and even though, sometimes, we had to drive further away, Nigel was always at the wheel and I did not have to pay any attention to the road. I just sat back and listen to the music.

All this changed when both girls decided to play representative basketball. I had heard of this friday night competition, where venues could be as far as Geelong (another city…on the other side of the bay…over one hour away…) but I never dwelled on it. After all my girls had some italian blood and I was confident their passion for sport wouldn’t extend to friday nights nightmarish crossing of town competitions.

As it often sometimes happens, I was wrong. They did want to play, they loved basketball, they wanted more and more. It was very simple, I had to be a good mother and step out of my comfort zone, I had to drive to unknown places at night. My basketball honey moon period was over, it was time to get serious.

Although I consider myself a pretty adaptable human being, it did take me a few seasons to adapt to my new condition but then, all of a sudden, last year, I found myself looking forward to the beginning of the season. At first I dismissed the feeling. What was I thinking? Long dark roads, wrong turns, panicked phone calls, cold stadiums…did I forget all that? But the closer we got the more excited I became.

Sof had grown into an excellent navigator, and the gps in my phone helped a lot. We still occasionally got lost, but we always allowed plenty of time for unwanted detours and, generally, we arrived to the games on time. In fact I almost enjoyed the challenge of getting somewhere far and obscure. I had learned to dress appropriately to face the arctic temperatures of some courts and to appreciate the coolness of the rare air conditioned ones, in the hot summer nights.

Once again, once I stopped fighting, I had adjusted!

What I did was look at the wider picture. Let’s face it, basketball was never going to do it! I had to dig a little deeper to be able to find pleasure in the experience.

Because Melbourne is so vast, every suburb has a distinctive character. I have enjoyed getting to a basketball court and finding myself in a different world.

On the road again. Week-end bb tournament, finally a bit of day driving!

On the road again. Week-end bb tournament, finally a bit of day driving!

Driving east, through tree lined boulevards and big victorian mansions I walk through the door and find myself surrounded by blond, tall people, wearing classy casual clothes and drinking bottled water.  A true middle class, white, Anglo-Saxon environment and it is here that I really feel like a foreigner.

Crossing the West Gate bridge we drive through big empty roads, bordered by dark factories and smoke spitting chimneys. The west is the industrial part of Melbourne and even if, somewhere out there, I know there are lovely sandy beaches, I don’t see them and I am left with the awkward feeling of being a long way from home. The stadiums are somehow more cheerful, people are louder and more boisterous. I spot ugg boots and tracksuit pants and I smell hot dogs and chips. I feel hungry and on some occasions, I surrender to temptation!

When we head north I feel more at home as I have spent most of my Melbourne life around here. The roads are familiar and I generally know where I am going, which is certainly a bonus. I like the multicultural feel in the stadiums, the accents and the diversity that makes this world less alien to me.

I analyse and observe people, I embrace different worlds, I experience stadium’s cuisine and I develop my driving skills. No wonder I haven’t had time to grasp the rules of the game and learn to score. There is more to my friday nights then basketball!

 

 

Immigrant or expat?

I have always called myself an immigrant. For some reason being an “immigrant” in my eyes had a lot more depth then being an “expat”. Moving to another country as an “expat” felt like a less temporary decision and therefore, a lighter one. Being an “immigrant” gave me the right to carry my suitcase full of sorrows but also provided me a hint of extra courage. By being an “immigrant” I could identify with those first arrivals, coming off boats after days of travelling, carrying all their belongings and looking for a better future. The fact that I arrived with a backpack and after a 24 hours plane journey had little impact on the romantic view I had of myself.

When I started my support group on Meet Up I thought about what term to use: expat or immigrant. I finally decided to use “expat” for a purely “commercial” reason: I wanted to target people who did carry their sorrows but … in a luxury case! Expats who, potentially, could pay for my services as a counsellor. Unlike immigrants who possibly were struggling to make ends meet.

I admit I felt uneasy about my choice of word. In a way I felt I betrayed what I believed and created a group for people I did not relate too, people I could not identify with. I spent some time pondering on this issue and I decided that “labels” were never a good thing. It was best to leave it and take it for what it was, a meaningless word. In fact I thought of bringing the subject up with the group and use it as a topic to discuss in the future.

Then today this article comes up on my Facebook page and it forces me to look at that uneasy feel again and reflect on the fact that sometimes “labels” carry a lot more meaning that we give them credit for. More food for thought.

 

The evolution of language

I am following a very interesting conversation about bilingual children on the Facebook page of Expactclic (a wonderful resource for all expat women and, possibly, men too!) and, as it often happens, it made me realise how much my perspective has changed over the years.

The discussion was started by an italian mother living abroad and wondering (and worrying a bit also) about how her daughter’s italian language and culture will develop and grow.

I remember all too well how I used to be concerned about the exact same issues and went from feelings of helplessness, about not being able to do anything about it, to guilt, for not trying to do something about it.

I knew that, inevitably, my girls were going to be Australian and english was going to be their primary language and I tried to accept this. At the same time I saw parents (with better parenting skills then mine, obviously!)who spent time after school doing italian grammar and I couldn’t help feeling inadequate and a touch guilty.

Nevertheless I did nothing about it. My girls kept talking to me in italian but I never sat down with them trying to teach them the beauty of the subjunctive or the meaning of adverbs and other little grammatical treasures.

I thought of them growing up without knowing the existence of Dante and Manzoni but never mentioned to them the existence of the Divina Commedia and I Promessi Sposi.

I guess I just wanted them the same experiences I had growing up but obviously wasn’t prepared to bring Dante back into my life and sharing it with them!

Was it laziness or was it simply not important enough for me? I imagine it was a bit of both and ultimately they grew up very well and they are caring and intelligent human beings. They can talk to their family and friends in Italy and everyone is thrilled with how they have  mastered the language. They talk in Italian to me and I love that we have this “special” language that is just ours.

I guess I’ve just stopped worrying. I am not sure when this happened exactly, when I left behind helplessness and guilt and started to see my daughters for what they are, individuals with their own experiences and stories.

They didn’t grow up in Italy in the ’70’s and therefore they did not have to sit to analyse sentences and learn poems by heart. But I’ve managed to pass on what is important to me, a sense of belonging to a small town on the other side of the world and the ability to communicate in my mother tongue.

The other day we were in the car chatting and Sofia told me: “E’ ficcato dentro properly? Puoi check?” (Is it in properly, can you check?). I promptly “checked” without thinking twice to what she had just said but I was surprised to hear Julia laugh. All of a sudden the weirdness of the sentence dawned on Sof and I and we all started laughing.

Speaking two languages we always tend to choose what it’s easier, I am aware of doing the same with the girls and with my italian friends, and such mixed sentences are all too common. In this case I think that “ficcato” could be seen as a bit of a slang word, a word that only someone who has grown up speaking italian would use and together with properly conjugated verbs and english words it made for a very complex sentence 😉

Julia wrote it down and I had to share it with you, now it will become immortal!

Dante is possibly turning in his grave but this is a different era and a different country after all!

 

Pubblica ammenda

L’altro giorno, mentre scrivevo questo post e, in seguito, discutevo animatamente con il mio australian marito sull’esagerato intervento dello Stato riguardo l’uso obbligatorio dei caschi  in bicicletta, dall’altra parte del mondo, la mia mamma pedalava pian piano verso casa.

La mia mamma non e’ una ciclista e usa la bici come la userei io, se non dovessi mettere il casco. Piccoli giri nel quartiere, lenti e tranquilli, una pedalata dopo l’altra senza mai cambiar marcia, pensando a cosa cucinare per cena.

Inforca la rotonda che la condurrà direttamente nel cancello di casa ma, un’autista distratta e con il sole negli occhi non si ferma a darle la precedenza e la povera mamma finisce in ospedale con trauma cranico e due costole rotte. Avesse avuto il casco se la sarebbe cavata con un paio di costole rotte e, possibilmente, meno paura.

Ebbene si, ho sbagliato. Prima di tutto ho dovuto dire a Nigel che ha ragione…i caschi sono importanti ed e’ una scelta responsabile dello stato imporli ai suoi cittadini. Mi e’ costato parecchio ma l’ho fatto! E poi ho pensato di informarvi, anche se mi costa fatica, ma penso sia giusto fare una specie di pubblica ammenda.

Nanny State? Yes, please 😉

 

Passeggiate nostalgiche / Nostalgic walks

Gallery

This gallery contains 22 photos.

Una delle cose che amo di più del vivere lontano e’ passeggiare ed osservare tutte quelle cose che se vivessi sul posto probabilmente ignorerei. Così durante il mio soggiorno ho passeggiato, assaporato, fotografato e riscoperto piccoli angoli. Palme, serre, pietre … Continue reading

Celebriamo!

Ho finito le scuole superiori nel 1984, effettivamente e’ passato un po’ di tempo e forse la mia memoria vascilla, ma non ricordo nessun festeggiamento particolare, nessuna cerimonia per segnare questo traguardo. Quello che ricordo invece e’ la scena finale del film Grease e la felicita’ dei protagonisti nel celebrare la fine del loro percorso scolastico.

Julia ha finito la scuola  e la scorsa settimana e’ stata una serie di festeggiamenti, con pic nic nel parco e balli sui banchi (quasi come in Grease, mi piace pensare!), e si e’ conclusa venerdi sera con la cerimonia formale della “graduation”. Mi lamento spesso della mancanza di tradizioni in Australia ma questa abitudine di onorare la fine di un periodo significativo nella vita di ogni ragazzo mi ha piacevolmente sorpreso e riempito il cuore.

La cerimonia si e’ svolta nel comune di Melbourne e il luogo stesso gia’ conferiva una certa solennita’ ed importanza. Non sapevo assolutamente cosa aspettarmi e l’unica indicazione ricevuta da Julia era di prepararmi ad una serata noiosissima. La premessa non era dunque delle migliori!

Devo ammettere che negli ultimi giorni (o forse settimane!) mi sono ritrovata spesso sulla soglia delle lacrime e ho faticato a non abbandonarmi alla nostalgia. Ma sono arrivata a destinazione convinta di poter affrontare la situazione al meglio! La serata e’ cominciata con qualche chiacchiera tra genitori e ho subito notato, con sollievo, che non ero l’unica con gli occhi lucidi. Le mamme di lacrima facile esistono anche in Australia!

Melbourne Town Hall

Melbourne Town Hall

Musica, discorsi, premi vari, il riconoscimento degli sforzi degli studenti, in tutti i campi, dall’accademico, allo sport, al coinvolgimento sociale e, infine, la consegna a tutti i 250 ragazzi di un certificato. Effettivamente, guardando l’interminabile lista di nomi sul programma, l’idea di farmi un pisolino mi era passata per la mente! Invece mi sono persa ad osservare e apprezzare questi splendidi ragazzi, salire sul palco, sicuri, felici, pronti ad affrontare il mondo. La cosa che mi ha colpito di piu’ e’ stata la loro individualita’. Si parla spesso di come gli adolescenti tendano all’assimilazione, seguendo le mode del momento e cercando il piu’ possibile di essere parte del gruppo. Ma quello che mi e’ passato davanti, sul palco del Melbourne Town Hall, era una celebrazione della diversita’!

48 etnie differenti, i nomi nella lista facevano pensare a paesi esotici e lontani…Afendulis, Paraskevas, Khalil-Salib… e l’insegnante che li leggeva aveva un talento particolare per le lingue, la sua pronuncia a me e’ parsa impeccabile! Ma cio’ che mi ha colpito di piu’ e’ stato lo stile individuale di ogniuno dei ragazzi, dai tacchi a spillo, alle scarpe da ginnastica, dai vestiti lunghi, ai pantaloncini corti! Tutti perfettamente a loro agio, tutti assolutamente parte del gruppo.

E tutto questo celebrare si svolge prima degli esami, prima dei risultati finali, prima di aver raggiunto il traguardo! Ne parlavo con la mia amica Annamaria, anche lei reduce di una settimana di festeggiamenti della figlia, e ci chiedevamo il significato di questo “celebrare” prima della fine. Quasi come mettere il carro davanti ai buoi! La risposta mi e’ stata data dal capitano della scuola, una ragazzo molto eloquente e simpaticamente “nerd”, nel suo discorso finale. Anche lui, come noi, si era posto la stessa domanda ed era giunto alla conclusione che l’importante e’ il viaggio, non l’arrivo alla meta!

 

Old stones and new perspectives

Old, dark and beautiful

Old stones, in Italy

I love old stones. I love the history in old stones. I love the smell and the feel of old stones. When I go back to Italy I walk in the old, narrow streets and try to soak in all that oldness, an overdose of history!

I forgot when this love started but I do tend to believe that it must have something to do with my moving to a country where everything is new.

Little by little those stones that had appeared simply “old” when I lived there, acquired a new charm, became the staff of dreams! I dreamed of an old house built of old stones, dark and possibly damp! I felt that I needed a place where I could escape all this light, this clean and modern environment where I ended up living. I pined for oldness. It became one of those many things I simply couldn’t live without and I added it to my list of regrets and reasons to be unhappy.

Years later it came to me that I needed to look at what I had, not what I had left behind. This is not to say that I had to forget what I had left behind but simply accept that, for the moment, I had to be happy without old stones!

Old furnitures and things

Old furnitures and things

With my new found attitude I looked around me and realised that there is history, oldness and plenty of dampness in Australia. On a sunny autumn day we went for a drive in the country and arrived in Maldon, not exactly a medieval village, but a lovely gold rush town, founded in 1854. As old as it gets in these parts of the world.

Maldon looks a bit like a town in a Western movie, big open roads opposed to the narrow streets of my dreams but I love the fact that time seems to have stopped here. There are lots or tiny miners cottages and even some beautiful mansions but none of them have big extensions and big glass windows.

So now I have my beautiful piece of history. Our little miner’s cottage was built in 1867, in timber not in stone but there are stories in its walls and I believe the people who lived here over the years have left something of themselves. Everything in the cottage is second hand, either donated by generous friends or brought at local and city op shops. Objects and furnitures that bring more stories to our little home.

Old keys, collected by my mum

Old keys, collected by my mum

Our cottage is a mixture of us and all the people who lived here before us. Often, when friends come to stay, they bring old things they found in their back shed or even in their parent’s. Everything finds the right place and it immediately belongs. Or I like to think it does! My mum, in Italy, is always on the lookout for little treasures, like old keys (easy to post in the mail!), and I love the fact that I have my grandfather camera hanging on the wall, next to a globe bought at the Salvation Army down the road. This cottage is becoming full of our stories too. I had to compromise a bit and swap timber for stones but I am getting used to the smell of it, the feel of it, to its warmth. It won’t replace the old stones, but it doesn’t need to. Next time I’m in Europe I know where to go to get my regular refill!